Riflessioni sulla professione di avvocato

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Gli avvoltoi del Foro: principi o azzeccagarbugli?

C’è un luogo comune, diventato ormai una barzelletta, che recita: qual è la differenza fra un avvocato ed un avvoltoio? Uno è uno spregevole animale che si ciba delle carcasse di altri esseri approfittando delle loro disgrazie, l’altro è un volatile. Ciò evidenzia, sarcasticamente ma realisticamente, il confine tra l’esercizio di un diritto e la sua distorsione a proprio vantaggio, che è sempre molto sottile.

Credo, in tutta onestà, che con l’espressione “avvocati-avvoltoi” le persone intendano riferirsi a quei “professionisti” che hanno svolto il proprio incarico senza la dovuta passione, attenzione e solerzia, così da sembrare approfittarsi dell’esperienza negativa di coloro che hanno avuto un problema serio con la legge.

Sono un giornalista e forse, per tradizione familiare, avrei dovuto fare l’avvocato, poiché mio nonno era quel che si dice in gergo un ‘Principe del Foro Penale’ di Napoli, e mi raccontava mio padre che alla domanda puntuale, “Papà, cosa fa di preciso l’avvocato?”, mio nonno dava sempre la stessa risposta: “l’avvocato aiuta chi ha un problema”. Io, da giornalista proveniente dalla scuola del compianto amico Giancarlo Siani (che suddivideva la nostra categoria in ‘giornalisti-giornalisti’ e ‘ giornalisti-impiegati’) ho sempre cercato di riportare la verità nella sua essenza totale, anche a costo di ripercussioni giudiziarie, ma l’avevo messo in conto tanto da pagarne lo scotto più di una volta.

Purtroppo, troppo spesso accade che la larghissima offerta di professionisti renda difficile la scelta di chi si trovi a dover affrontare un problema legale e, ancor peggio, che non si sia soddisfatti dell’avvocato già incaricato. Personalmente credo che, oltre alla competenza, serve una massiccia dose di umanità e soprattutto l’empatia, il mettersi nei panni del cliente che racconta il suo problema, farlo sentire compreso ed accolto, mai giudicato.

Questo approccio sta alla base del rapporto di fiducia che deve instaurarsi tra cliente e avvocato e che impegna l’avvocato a perseguire l’interesse del cliente, ovviamente nel rispetto della legge, oltre che in modo corretto e leale. L’empatia permette di considerare il caso nella sua unicità, perché ogni cliente ha la sua individualità, bisogni specifici e precise caratteristiche, che pertanto richiedono soluzioni e risposte personalizzate. Un diverso approccio nell’affrontare i problemi tipicamente giuridici precitati possono sortire effetti deleteri per il povero cliente.

Un avvocato coscienzioso riflette anche sulla possibilità di evitare un percorso giudiziale dannoso per il suo cliente, individuando bene i bisogni sottesi e le risorse disponibili per soddisfare ciascuna parte in conflitto. Sono convinto che gran parte dell’utenza non si rivolga all’avvocato in quanto, semplicemente ma realisticamente, le cause sono lunghe e costose, facendo cadere nella disperazione più totale il disgraziato che gli è capitato sotto. In effetti, il risultato di una causa giudiziale è che necessariamente ci sarà un vincitore e un vinto e che chi ha perso potrà proporre appello e poi forse depositare ricorso in Cassazione finché non vedrà riconosciuto il suo interesse, con relativo dispendio economico, di tempo e perdita di serenità e con l’incalcolabile incertezza di come andrà finire.

In breve, il percorso giudiziario può compromettere, e spesso compromette, il benessere della persona. Di contro quando possibile, l’alternativa che personalmente deve seguire un avvocato ‘missionario’ come metodologia di lavoro è percorrere la strada meno onerosa per il suo cliente, avvalendosi di collaboratori con esperienza pluriennale e non di giovani procuratori di primo pelo senza alcuna esperienza.

È d’uopo citare l’esemplare film di Coppola, “L’uomo della pioggia’, in cui nel tragico e irrisolvibile conflitto tra legge e giustizia, l’una cultura dell’imbroglio, l’altra bene imprescindibile e astratto, scrive in calce due paroline: “I care”. Mi riguarda! E allora il dramma giudiziario dilata i suoi confini, apre e sbatte le ali e diventa parabola amara, film etico e disilluso.

Dalla parte degli ultimi, della gente comune, gli schiavi moderni che foraggiano, consapevolmente o meno l’impero del male: quelli che muoiono perché hanno firmato l’assicurazione sbagliata, chissenefrega, uno di meno, stiamo più comodi noi.

Un altro mondo, raccontato in maniera secca, con una commozione che esula sempre dal melodramma: senza troppe speranze, senza falsi sorrisi. Non interessa il thriller, la suspence, a Coppola come a tutti noi: ma la lezione morale, la grande arringa. Che travolge l’universo degli avvocati, squali da mille dollari l’ora o simpatici lestofanti che non riescono a passare l’esame d’ammissione, come anche l’unico sistema sanitario più vergognoso, ingiusto e inadeguato di quello italiano. Frecce avvelenate che sibilano all’interno di una confezione perfetta, in un balletto di attori nati o risorti, raramente così bravi, vivi e credibili.

Ci riguarda, credete.”We care!”. E dietro l’angolo la struggente storia di un povero ragazzo che si ammala gravemente e non riceve le cure adeguate, ma più che concentrarsi sulla tragedia umana in sé, Coppola
si concentra sui giochi di potere nei tribunali, dove la giustizia che dovrebbe regnare in realtà è solo un mero specchietto per le allodole di un sistema democratico troppo burocratizzato e poco avvezzo ai reali bisogni delle persone. L’indomita forza di spirito dell’avvocato Rudy Baylor/Damon, ricorda quella di un altro avvocato-cinematografico, Emma Thompson nei panni di Gareth Peirce, e che farà di tutto per fare prosciogliere Gerry Conlon e suo padre, in una delle più grandi ingiustizie della Corona britannica.

Forse farò dell’utopia dicendo che i veri avvocati -come i veri giornalisti e soprattutto i medici in questa particolare pandemia- dovrebbero immolarsi per le grandi battaglie per l’uguaglianza ancora in piedi, senza perbenismi o quel linguaggio politicamente corretto che oggi piace tanto alla gente. Sa tanto di battaglia di ideali, il classico Davide contro Golia, che non cade però nella facile aria del pietismo, intessendo interrogativi solidi sul senso di giustizia e di equità degli stati occidentali, mettendoli a nudo.

Dal canto loro i social, amplificando questa assenza di deontologia, hanno finito per scatenare i più bassi istinti contro gli avvocati, per cui come è d’uso fare e dire, nella lingua superficiale dei media, tutti gli avvocati sarebbero sciacalli e quelli che non lo sono, nulla fanno per frenare lo sciacallaggio.

Si possono leggere post in cui la classe forense, anche quella ritenuta immune da specifiche censure, sarebbe pronta a coprire le condotte dei reprobi, per spirito di consorteria; sui social si può leggere di assenza di formazione deontologica ed addirittura di assenza di principi deontologici. I termini usati ed abusati nei confronti degli avvocati vanno da “sciacalli” ad “avvoltoi” o a “iene” e nel migliori dei casi viene rispolverato il manzoniano “azzeccagarbugli”, e per la scelleratezza di pochi, rischia di essere minata la credibilità dell’intera categoria.

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Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Milano, 1982), Trecento anni di jazz (Milano, 1986), Jazz moderno (Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (Napoli, 1999), Il popolo del samba (Roma, 2005), Ragtime, Jazz & dintorni (Milano, 2007), prefato da Amiri Baraka, Una storia sociale del jazz (Milano 2014), prefato da Zygmunt Bauman, Saudade Bossa Nova (Firenze, 2017). Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989) edita in Italia e in Europa. Ha scritto monografie: due su Frank Sinatra (Venezia, 1991) e The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Roma, 2011), e su Vinicio Capossela (Milano, 1993), Francesco Guccini (Milano, 1993), Louis Armstrong (Napoli, 1997), un paio di questi col contributo amichevole di Renzo Arbore e Gianni Minà. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo, ed è risultato tra i finalisti del Premio letterario Calvino per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (Npoli, 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Napoli, 2013), il romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Terracina, 2014), che gli è valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014. È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime e il suo sito è www.gildodestefano.it.

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