scritto da Gennaro Pierri - 12 Maggio 2026 09:49

Mi meraviglio di chi si meraviglia ancora

Il problema non è che il mondo stia peggiorando. Ogni generazione lo pensa. Il problema è che pretendiamo conseguenze diverse continuando a celebrare le stesse cause

Qualche giorno fa parlando con un genitore di un mio alunno, mi veniva raccontato che il guaio oggi è che i ragazzi sarebbero incapaci di restare concentrati per più di tre minuti (ai miei tempi…. e robe del genere).

Lo diceva come si racconta una catastrofe naturale: incredulo, quasi offeso. Poi, durante la chiacchierata ha controllato il telefono sette volte in quattro minuti (le ho contate)!

Ecco il punto. Mi meraviglio di chi si meraviglia ancora. Ci stupiamo dei ragazzi aggressivi dopo aver insegnato loro che vincere una discussione significa umiliare qualcuno. Ci scandalizziamo per la solitudine digitale mentre trattiamo le persone come storie da consumare con il pollice.

La verità è più scomoda di quanto vogliamo ammettere: quasi nulla di ciò che ci sconvolge oggi è davvero improvviso. È solo il conto arrivato in ritardo. Abbiamo passato anni a confondere visibilità con valore. A chiamare “libertà” l’assenza di limiti. A ridicolizzare la profondità perché lenta, faticosa, incompatibile con l’economia dell’attenzione. E ora fissiamo il risultato come se qualcuno fosse entrato di notte a sabotare la civiltà. Ma il sabotaggio lo abbiamo applaudito noi. Un clic alla volta.

Il problema non è che il mondo stia peggiorando. Ogni generazione lo pensa. Il problema è che pretendiamo conseguenze diverse continuando a celebrare le stesse cause. È qui che nasce la falsa meraviglia contemporanea: non serve a capire, serve a sentirsi innocenti. Se mi indigno abbastanza, allora vuol dire che io non c’entro. Che la colpa è dei social, della politica, della scuola, dei giovani, degli algoritmi. Sempre qualcosa di enorme e impersonale. Mai il nostro modo quotidiano di vivere, scegliere, premiare.

Eppure le società si costruiscono così: non con gli eventi eccezionali, ma con le piccole abitudini tollerate troppo a lungo. Forse dovremmo smettere di chiederci “com’è potuto succedere?” e iniziare a domandarci qualcosa di molto più pericoloso: quante cose abbiamo chiamato progresso solo perché erano comode?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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