scritto da Guglielmo Scarlato - 09 Maggio 2026 20:50

9 maggio 1978 – Via Caetani

La morte di Moro sancì un cambio di rotta che non è mai stato più invertito. Si passò dalla costruzione del futuro alla gestione del quotidiano

9Quel giorno non morì solo Aldo Moro.
Morì l’idea che la politica potesse ancora guardare oltre il giorno dopo.

Mio padre, Vincenzo, era suo amico.
Quando gli dissero che il corpo era stato trovato in una Renault rossa, in quel vicolo stretto di Roma, non pianse. Si spense. Come se d’un tratto ogni energia, ogni progetto, ogni proiezione verso il futuro si fosse fermata lì, in via Caetani. Da quel momento per lui tutto ebbe il sapore di ciò che è definitivamente perduto.

La morte di Moro sancì un cambio di rotta che non è mai stato più invertito. Si passò dalla costruzione del futuro alla gestione del quotidiano. Dall’idea di una comunità che cresceva insieme, all’idea che il terrorismo, l’odio, la frattura fossero un male endemico da tamponare, giorno per giorno.

Eppure, in quell’emergenza, Moro e la sua generazione non alzarono la voce. Non scagliavano offesa. Non erano sprezzanti. La mitezza non era debolezza: era il loro strumento di comunicazione politica.
Parlavano per unire, non per dividere. Credevano che anche l’avversario avesse una parte di verità da ascoltare.

Quanto è diverso il tempo di oggi.

Oggi l’umanità che calca la scena politica sembra provare compiacimento nel dileggio, nel disprezzo, nell’insulto. La politica non è più il luogo del confronto difficile ma necessario.
È diventata il ring delle sette in lotta per l’occupazione di spazi di potere. Si costruiscono tribù, non comunità. Si cerca il nemico da annientare, non l’accordo da trovare.

Moro pagò con la vita il tentativo di tenere insieme un Paese che stava per spezzarsi.
Oggi basta un post, un tweet, una battuta sprezzante per fare lo stesso lavoro, ma al contrario: spezzare ciò che resta. Forse il modo migliore per ricordarlo non è ripetere il suo nome.
È provare a riprendere, anche solo per un istante, quella mitezza che lui considerava forza.
È ricordarsi che la politica, se non costruisce comunità, diventa solo occupazione di spazio.
E lo spazio, senza comunità, è deserto.

Mio padre non parlava mai di quel giorno senza abbassare lo sguardo. Io non posso restituirgli l’energia che perse allora. Posso solo provare a non dimenticare che un altro modo di fare politica esisteva.
E che forse, se lo ricordiamo, può tornare a esistere.10

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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