scritto da Eugenio Ciancimino - 24 Aprile 2026 09:52

Delitto Borsellino,  veleni e vipere del Palazzo di Giustizia

A quando la conoscenza della verità nella remissione dei peccati di omissioni o reticenza? Al di là di sofismi semantici in diritto e di lingua, si tratta di una questione di coscienza dovuta alla famiglia della vittima e di lealtà verso società! Non c’è più tempo per diffondere veleni e covare risentimenti, né spazio per vipere

Dalle carte dei processi giudiziari (ed anche mediatici) finora celebrati sulla strage di Via D’Amelio, posta in essere per  uccidere il giudice Paolo Borsellino, emergono più depistaggi ed ambiguità che certezze e verità.

Ed ora a eseguito di un programma di ascolto disposto dalla Commissione parlamentare antimafia, dalle bocche di ex togati della Procura di Palermo fuoriescono insulti sulla vittima e sulla credibilità e tenuta psichiatrica dei suoi familiari.

Dal recupero di intercettazioni, già ignorate, si ascoltano l’espressione “cogl… ne”, qualificativa per Borsellino, e valutazioni sui “neuroni” dei suoi tre figli e la moglie. Non sono voci captate da una conversazione tra alieni e nemmeno da performance di Intelligenza Artificiale, ma quelle dell’ex Procuratore del Tribunale di Palermo Roberto Scarpinato, ora parlamentare pentastellato, e Gioacchino Natoli, ex membro del pool antimafia. Dal tenore del loro linguaggio non traspare il gusto del pettegolezzo nel ricordo degli anni trascorsi nel Palazzo di Giustizia dei “veleni” di Palermo quanto l’approccio di una strategia di difesa da adottare in previsione dell’audizione di Natoli in Commissione Antimafia sul dossier “mafia/appalti”, archiviato dal collegio della Procura di Palermo e ritenuto concausa dell’uccisione di Paolo Borsellino dal Procuratore di Caltanissetta, Salvatore De Luca, riscontrandovi “elementi concreti e plurimi” e di convergenza in affari ed interessi incestuosi tra “cosa nostra” e mondo dell’imprenditoria.

Su esso, basato su una informativa Ros dei Carabinieri del 16 febbraio del 1991, Borsellino aveva acceso l’attenzione dopo l’uccisione Giovanni Falcone, sollecitando anche un’intesa a fare presto, confermata da Antonio Di Pietro, il PM di “mani pulite” innescate nella stagione della “tangentopoli” della Milano da bere dei primi anni 90 del secolo scorso. Si puntava ad attivare un coordinamento di inchieste sulla mobilitazione di capitali di “cosa nostra” in appalti della Calcestruzzi Ferruzzi/Gardini assunti o da assumere in Sicilia e fuori dall’Isola, tanto da far dire, già negli anni ottanta, a Giovanni Falcone: “la mafia è entrata in borsa”. Pista ritenuta concausa anche da Scarpinato, ma carente di elementi probatori rispetto a “causali politiche” che, a suo avviso, andavano e vanno ricercate ed approfondite in ambito di logge massoniche e dell’estremismo nero, ma non ne esplicita gli elementi eziologici del fenomeno, ossia i comuni interessi o obiettivi del connubio con “cosa nostra”.

Così, l’uso della parola “concausa”, assume il significato di un rattoppo in attesa di nuovi disvelamenti, alimenta la campagna dei veleni e spiega l’iniziativa della Commissione antimafia di procedere alla audizione dell’ex giudice Natoli, già inquisito per favoreggiamento. E si capirebbe anche il senso dello scambio di punti di vista espressi nella citata conversazione telefonica: reciproco “assist” in sede di audizione. Secondo interpretazioni mediatiche, Scarpinato avrebbe anticipato le sue domande argomentate per agevolare la posizione di Natoli e questi indotto a raccogliere carte utili per sommergere ad opera del pentastellato ex magistrato a Palermo l’iniziativa di Chiara Colosimo (FdI), Presidente della Commissione antimafia, attribuendole procedure che “fanno strage di legge di illecito disciplinare e penale” (post dell’11.04.2026).

Sta di fatto che dopo 34 anni l’unica strage certa è l’esplosione della dinamite in Via D’Amelio dopo 55 giorni di quella di Capaci. A quando la conoscenza della verità nella remissione dei peccati di omissioni o reticenza? Al di là di sofismi semantici in diritto e di lingua, si tratta di una questione di coscienza dovuta alla famiglia della vittima e di lealtà verso la società! Non c’è più tempo per diffondere veleni e covare risentimenti, né spazio per vipere.

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