Dei delitti e delle pene: il caso Roggero
Il vero problema è, adesso, che nelle numerose opinioni che spopolano i quotidiani e i social gli aspetti normativi della vicenda, la legittima difesa, i cavilli legali, sono diventate la giustificazione di un atto morale, e non viceversa. Una scelta morale che ha bisogno, per essere giustificata, di un supporto giuridico, e non una scelta giuridica supportata da un motivo morale, forse rappresentano pienamente la crisi dei valori della nostra società
Nel 1651 Thomas Hobbes, in piena guerra civile inglese, pubblica Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common Wealth Ecclesiastical and Civil, una delle più grandi opere della letteratura inglese che passerà alla storia semplicemente come “The Leviathan”.
Il pensiero del filosofo di Westpot, fortemente inciso da un periodo storico di grande timore e insicurezza politica, è squisitamente espresso all’interno dell’opera: l’uomo, nello stato di natura, vive nel costante stato di “bellum omnium contra omnes”, quella guerra di tutti contro tutti dettata dal timore di una morte violenta e dall’istinto di sopravvivenza.
Lo stesso Hobbes commentava la sua nascita affermando che, quel giorno, sua madre avesse dato vita a due gemelli “me e la paura“.
La vita nello stato di natura è rappresentata dalla sua penna e dal suo pensiero come solitaria, brutale, cattiva e breve, ed è proprio attraverso la definizione di uno Stato, che nasce da una depauperazione del proprio potere personale in favore di un sovrano rappresentante e rappresentato dello Stato, che l’uomo entra nello stato di civiltà. Questa breve introduzione sarà però il primo ed unico passaggio di carattere politico-normativo all’interno di questa trattazione, poiché il principale tema, il caso Roggero, non sarà affrontato in questa già ampiamente discussa modalità, bensì attraverso un aspetto che sembra esser stato frettolosamente, o arbitrariamente, trascurato: quello del valore aprioristico d’una vita.
Das Mitleid
Uno dei passaggi più belli della filosofia di Arthur Schopenhauer è sicuramente rappresentato dal concetto di “mitleid”, traducibile in italiano come “compassione”. Per il filosofo la moralità, nella sua forma autentica, non poteva non essere costruita attorno quella capacità specificamente umana di provare pietà nei riguardi di un’anima che condivide i nostri stessi limiti e vulnerabilità: oltre un guscio costruito dalle nostre scelte, i nostri errori e i nostri successi, resta un purissimo nucleo in cui, specchiandoci, scopriremmo un volto che è esattamente come il nostro.
Compatire, potremmo ricavare dal pensiero schopenhaueriano, significa poter riscontrare nell’errore di un altro individuo la possibilità di, a pari condizioni sociali, commettere lo stesso errore. Compatire, potremmo a questo punto andare anche oltre, è quella meravigliosa spinta d’animo in cui ognuno diventa uguale ad ogni altro, nella sua gioia e nel suo dolore, e si distingue da ciò che saremmo potuti essere soltanto per ciò che è stato.
Per Albert Camus la vita umana non poteva essere ridotta ad un semplice bilancio di colpe e meriti, ma rappresentava la costante possibilità di invertire una rotta seguita in favore di un’altra. E verrebbe da chiedersi, dopo secoli e decenni, qual è stato l’esatto momento in cui il valore della vita è entrato in competizione con tutti gli altri. Sarebbe infatti interessante, come poggiando il dito su una cartina geografica, individuare quel punto preciso dove questa ha smesso di rappresentare quella cosa che non è tutto, ma senza cui tutto è nulla. È vero, la scala dei valori è diventata sempre più ripida, e nuovi modi di vivere hanno dato sempre maggiore importanza alla materialità della vita stessa, le correnti utilitariste e in un certo senso umanitarie ci hanno orientato a misurare, giustamente, la qualità di una vita sulla base di come questa può essere vissuta. Il problema è che il valore di una vita non dipende soltanto dai meriti di chi la vive, ma dall’umanità di tutti coloro che devono giudicare quella vita. Il valore della vita stessa non dovrebbe essere dettato dall’azione di chi delinque, ma dalla potenza della stessa: esiste forse un momento in cui una persona perde definitivamente il suo valore? Diventiamo a quel punto noi, nella nostra virtuosa levatura morale, giudice e poi boia di quella vita? Non è possibile affermarlo, ma è possibile immaginarci prima un gioielliere e poi un rapinatore, provare empatia per entrambi e rendersi conto che, prima o poi, potremmo ricoprire uno di quei due ruoli.
Il diritto che sostituisce la morale
Il vero problema è, adesso, che nelle numerose opinioni che spopolano i quotidiani e i social gli aspetti normativi della vicenda, la legittima difesa, i cavilli legali, sono diventate la giustificazione di un atto morale, e non viceversa. Una scelta morale che ha bisogno, per essere giustificata, di un supporto giuridico, e non una scelta giuridica supportata da un motivo morale, forse rappresentano pienamente la crisi dei valori della nostra società.
Se la vita ha perso ad oggi la sua sacralità, perché nessuno è disposto, in favore di tali ideali, a cedere la sua? Forse perché non è più la vita a non avere valore, la propria, ma quella degli altri. E allora la guerra non è civile, non è morale, ma è contro tutti gli altri, e forse, in questo senso, la scappatoia dallo stato di natura non doveva essere ricercata nella rinuncia al potere e ai diritti, ma nell’empatia, nell’educazione al bene e all’amore, perché mai come negli ultimi secoli odiare è stato, come oggi, più facile che amarsi.







