scritto da Redazione Ulisseonline - 11 Settembre 2026 07:52

Cile 1973: il giorno della democrazia tradita

L’11 settembre cileno segnò la fine del governo di Salvador Allende e l’inizio della dittatura di Pinochet, tra bombe sulla Moneda, repressione e migliaia di vittime. Un colpo di Stato che spezzò un sogno politico e lasciò una ferita ancora aperta nella storia del Cile

La mattina dell’11 settembre 1973, Santiago del Cile si svegliò sotto il rombo degli aerei militari. In poche ore, il golpe guidato dal generale Augusto Pinochet pose fine al governo di Salvador Allende, il primo presidente marxista eletto democraticamente nelle Americhe. Quel giorno segnò l’inizio di una dittatura durata 17 anni e la fine di un esperimento politico che aveva acceso speranze in tutto il mondo.

 

Allende e la “via cilena al socialismo”

Medico, fondatore del Partito Socialista e figura storica della sinistra latinoamericana, Allende era arrivato alla presidenza nel 1970 alla guida della coalizione Unidad Popular. Il suo progetto era chiaro: trasformare il Cile in senso socialista senza rinunciare alla democrazia.

Riforma agraria, nazionalizzazione delle grandi industrie – in primis il rame – ampliamento dei diritti sociali, politiche per le classi popolari. Una stagione di cambiamenti profondi che, però, scatenò l’opposizione delle élite economiche, della borghesia urbana e dei settori più conservatori del Paese.

 

La paura delle élite e la pressione degli Stati Uniti

Già nel 1972 il Cile era attraversato da scioperi durissimi: camionisti, professionisti, categorie strategiche paralizzarono il Paese. Dopo le elezioni parlamentari del 1973, vinte dal centrodestra, si creò uno stallo istituzionale che bloccò l’azione di governo.

A questo si aggiunse il peso della Guerra Fredda. Washington considerava Allende una minaccia strategica: un presidente socialista eletto democraticamente nel continente americano era un precedente che gli Stati Uniti non intendevano tollerare. La CIA avviò operazioni di destabilizzazione economica, boicottaggi e pressioni internazionali che contribuirono a isolare il governo.

La polarizzazione crebbe fino al Tanquetazo, un tentativo di golpe fallito nel giugno 1973 che anticipò ciò che sarebbe accaduto pochi mesi dopo.

 

Il golpe: l’assalto alla democrazia

Alle 6 del mattino dell’11 settembre, la Marina occupò Valparaíso. Arresti, posti di blocco, controllo dei punti strategici. Poco dopo, l’insurrezione si estese a tutto il Paese.

A Santiago, alle 7:30, Allende si barricò nel Palacio de La Moneda con un gruppo di fedelissimi. I vertici militari gli chiesero la resa immediata. Lui rifiutò e, attraverso la radio, parlò al Paese: un appello alla dignità, alla resistenza, alla difesa della democrazia.

Verso mezzogiorno, gli aerei militari bombardarono la sede della presidenza. Razzi e fumo avvolsero la Moneda. Gli archivi, gli arredi, le opere d’arte andarono distrutti. Anche la residenza privata di Allende fu colpita.

I militari offrirono al presidente un aereo per lasciare il Paese. Allende rifiutò ancora. Quando i soldati entrarono nel palazzo, la resistenza era ormai impossibile. Secondo la testimonianza del suo medico, Patricio Guijón, Allende si tolse la vita con il mitragliatore che gli aveva regalato Fidel Castro. Per altri, fu ucciso. Le indagini ufficiali confermano il suicidio.

 

La dittatura di Pinochet

Dopo il golpe, il potere passò a una giunta militare. In breve tempo Pinochet assunse il ruolo di caudillo e instaurò un regime che sospese le libertà civili, sciolse il Parlamento, mise al bando i partiti e avviò una repressione sistematica.

Lo stadio di Santiago divenne un enorme campo di detenzione. Migliaia di oppositori furono torturati, stuprati, uccisi o fatti sparire. Le commissioni ufficiali, negli anni successivi, hanno contato oltre 40.000 vittime tra morti, desaparecidos, torturati, incarcerati ed esiliati.

Parallelamente, il regime avviò una radicale trasformazione economica affidata ai “Chicago Boys”: privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzione del ruolo dello Stato. Un modello che ha segnato profondamente il Cile fino ai giorni nostri.

 

L’esilio e la memoria

Decine di migliaia di cileni furono costretti a lasciare il Paese. L’Italia divenne una delle principali mete dell’esilio politico: Roma, Bologna, Milano accolsero artisti, intellettuali, militanti. Tra loro gli Inti-Illimani, che portarono in Europa la voce della resistenza cilena.

In quegli anni, una canzone divenne simbolo di speranza: El pueblo unido jamás será vencido. Composta nel 1970 da Sergio Ortega e dai Quilapayún, accompagnò la stagione di Unidad Popular e, dopo il golpe, cantata e incisa anche dagli Inti-Illimani, che portò il brano alla completa notorietà, divenendo un inno della lotta democratica nel mondo. Ancora oggi è cantata nelle piazze, nei cortei, nei movimenti che rivendicano diritti e giustizia sociale.

 

Una ferita che non si è mai chiusa

Cinquant’anni dopo, l’11 settembre cileno resta una data scolpita nella memoria collettiva. Non fu solo la caduta di un governo: fu la fine di un sogno politico e l’inizio di una lunga notte.

La figura di Salvador Allende continua a rappresentare l’idea che la giustizia sociale possa camminare insieme alla democrazia. Il suo ultimo discorso, pronunciato mentre la Moneda bruciava, rimane uno dei momenti più alti della storia politica del Novecento.

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta da Silvia Lamberti.

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