scritto da Chiara De Filippo - 10 Settembre 2026 10:51

Il drone che ha sfiorato Zelensky: cosa abbiamo rischiato

L'episodio durante il volo verso Oslo e il rischio che l'Europa ha corso senza saperlo

Poche ore fa, mentre l’aereo di Volodymyr Zelensky decollava dalla Moldavia diretto a Oslo per i funerali di Stato di Re Harald V di Norvegia, un drone lo ha sfiorato. A rivelarlo è stato il premier norvegese Jonas Gahr Støre all’emittente pubblica NRK: “È stato quasi colpito da un drone mentre stava per decollare dalla Moldavia. Questa è la realtà che sta vivendo”. Støre, che ha incontrato Zelensky nel suo ufficio poche ore prima della cerimonia funebre, ha raccontato che il presidente ucraino gli aveva confidato di non aver dormito, “perché era rimasto al telefono a ricevere notizie sui luoghi in cui erano caduti i missili”.

L’episodio racconta, in poche righe, tutto quello che la leadership di Zelensky è diventata in tre anni e mezzo di guerra: la vita quotidiana di un capo di Stato che continua a muoversi tra cancellerie europee, cerimonie internazionali e minacce dirette alla propria incolumità, mentre il suo Paese resta sotto attacco.

Due anni e mezzo prima del fatidico 24 febbraio 2022 che segna l’inizio dell’invasione russa in Ucraina, a Parigi era avvenuto il primo e unico incontro tra il presidente ucraino e Vladimir Putin. Era il 9 dicembre del 2019: i due leader discussero del Donbass alla presenza dell’allora cancelliera Angela Merkel e del padrone di casa Emmanuel Macron. Quel vertice, l’unica volta in cui i due si sono incontrati di persona, non produsse alcuna evoluzione positiva. Zelensky accusò Mosca di non aver mai ritirato le truppe e di non aver rispettato l’accordo Minsk 2; Putin ribatté sostenendo che i “ribelli separatisti” citati nel testo non fossero suoi uomini. A Parigi i due non si guardarono quasi mai, e alla fine della conferenza stampa Putin non strinse la mano al presidente ucraino.

Nei due anni successivi ci furono alcune telefonate tra i due leader — sempre Zelensky a chiamare per primo. All’ultima, il 23 febbraio 2022, Putin non rispose. Il giorno dopo iniziava l’invasione.

Volodymyr Zelensky è uno dei personaggi più polarizzanti e complessi della politica internazionale degli ultimi trent’anni, non solo per il tipo di leadership che incarna ma per i tempi in cui si è trovato ad agire. Attore, sceneggiatore, produttore prima ancora che politico, ha costruito la propria fortuna nel mondo russofono con la serie “Servitore del Popolo”, in cui interpretava un professore di liceo che, dopo un discorso contro la corruzione diventato virale, si ritrovava presidente. Un copione che la realtà avrebbe poi ricalcato.

A ventiquattr’ore dall’invasione, quando si mostrò insieme ai suoi ministri per dire “noi siamo qui, non siamo scappati” — rifiutando l’offerta americana di un passaggio verso l’esilio — nacque in parte dell’opinione pubblica una certa diffidenza verso un uomo politico con un passato da comico. Ma quella scelta, “ho bisogno di munizioni, non di un passaggio”, come disse rivolgendosi in video al presidente Joe Biden, si è rivelata il tratto distintivo di una leadership costruita sull’uso sapiente dei nuovi media: comunicazione diretta, senza intermediazione, rivolta ai parlamenti nazionali, ai festival del cinema, ai leader del pianeta con un linguaggio da pari a pari — i suoi “voi dovete” pronunciati davanti alle platee più seguite del mondo.

L’episodio di oggi arriva in un momento in cui la guerra, lungi dall’essere quella “operazione militare speciale” di poche settimane annunciata da Putin nel febbraio 2022, si è trasformata in un conflitto sistemico e prolungato. Zelensky, ancora oggi, si muove tra capitali europee — dalla Moldavia a Oslo, passando per gli incontri con i vertici dell’industria della difesa continentale — mentre l’Ucraina continua a subire attacchi missilistici e i cieli d’Europa, come dimostra proprio l’episodio del drone sfiorato, non sono più un luogo sicuro nemmeno per i capi di Stato in visita ufficiale.

L’episodio del drone arriva peraltro a pochi giorni da un altro segnale che pesa sulla tenuta del fronte europeo a sostegno dell’Ucraina: il 6 settembre l’AfD, il partito di estrema destra tedesco, ha trionfato alle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt con il 43,8% dei voti, più che raddoppiando il risultato del 2021 e relegando la CDU del cancelliere Friedrich Merz a un crollo al 17,2%. È il miglior risultato mai ottenuto dal partito in un’elezione di Land.

La reazione di Mosca non si è fatta attendere: Kirill Dmitriev, inviato speciale del Cremlino, ha scritto su X che “la storica vittoria dell’AfD umilia l’arroganza, la ristrettezza mentale, il bellicismo, l’inettitudine e l’ipocrisia della screditata coalizione di governo tedesca”. Non è un endorsement isolato: l’AfD è un partito che si è più volte espresso a favore della normalizzazione dei rapporti con Mosca e della riduzione del sostegno militare a Kiev, e i suoi rappresentanti hanno effettuato diverse visite in Russia. Deputati tedeschi lo hanno definito, in sede parlamentare, una “cellula dormiente” leale a Mosca, mentre esperti di sicurezza segnalano il rischio che un partito con queste posizioni possa in futuro avere accesso a informazioni sensibili sui servizi di intelligence, qualora arrivasse a guidare ministeri regionali dell’Interno. Va detto, per completezza, che gran parte degli osservatori concorda anche su un punto: chi ha votato AfD in Sassonia-Anhalt lo ha fatto soprattutto per rabbia verso la classe politica tradizionale e per l’immigrazione, non per simpatia verso Putin — la penetrazione dell’influenza russa e il malcontento sociale sono fenomeni distinti che si sovrappongono, ma non coincidono.

Il punto è che la Germania del 6 settembre non è un episodio isolato, ma l’apertura di una stagione elettorale fittissima che si protrarrà fino a tutto il 2027: il 13 settembre si vota in Svezia, il 20 settembre negli altri due Land tedeschi di Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore (dove l’AfD è già data al 28%), il 3 ottobre in Lettonia, il 25 ottobre per le presidenziali in Bulgaria. Nel 2027 sarà poi la volta dei grandi appuntamenti continentali — Francia, Italia, Spagna, Polonia — oltre alle presidenziali tedesche, che rappresenteranno un test decisivo per la tenuta della leadership di Merz. In Francia i sondaggi danno per ora in vantaggio l’estrema destra di Jordan Bardella; in Spagna PP e Vox insieme superano il 50%; in Slovacchia il premier populista e filorusso Robert Fico si gioca la riconferma. Ogni singolo voto, in questo calendario, viene osservato a Mosca come un tassello nella stessa partita: quella per l’erosione del sostegno occidentale a Kiev, che passa non più (o non solo) per i campi di battaglia in Ucraina, ma per le urne di mezza Europa.

È un esercizio che nessun cronista può fare a cuor leggero, ma che l’episodio di oggi impone di considerare, almeno per un istante: cosa sarebbe accaduto se quel drone avesse effettivamente colpito l’aereo presidenziale ucraino?

Sul piano più immediato, la perdita di Zelensky in un attacco di questo tipo — durante un volo verso una cerimonia funebre di Stato in un Paese NATO — avrebbe rappresentato un salto di scala del conflitto difficilmente paragonabile a quanto visto finora. Un attacco letale contro il capo di Stato ucraino nello spazio aereo europeo, in rotta verso un evento che riuniva decine di leader mondiali, sarebbe stato interpretato da gran parte delle cancellerie occidentali come un atto ostile diretto contro l’ordine di sicurezza europeo nel suo complesso, non più soltanto contro Kiev. Le conseguenze diplomatiche e militari di un simile scenario avrebbero potuto spingere l’Alleanza Atlantica verso un dibattito, finora sempre accuratamente evitato, sul coinvolgimento diretto.

Sul piano interno ucraino, la scomparsa di Zelensky avrebbe aperto una crisi di successione in un Paese che, dal 2022, ha sospeso le elezioni per lo stato di guerra: la Costituzione ucraina prevede che, in caso di impossibilità del presidente a esercitare le funzioni, i poteri passino al presidente della Verkhovna Rada (il parlamento). Ma un passaggio di consegne di questo tipo, nel mezzo di un conflitto attivo, avrebbe rappresentato un momento di estrema fragilità istituzionale, proprio mentre la tenuta psicologica e simbolica della resistenza ucraina si è retta in larga parte sulla presenza fisica e mediatica del suo presidente.

Perché è proprio questo l’aspetto che va sottolineato: la leadership di Zelensky non è mai stata soltanto istituzionale, ma profondamente personale e comunicativa. Un leader che ha costruito il proprio consenso, interno e internazionale, raccontando se stesso — dal video sul tapis roulant del 2019 ai messaggi quotidiani dai bunker di Kiev. In un sistema di potere così centrato sulla figura del leader, la sua eliminazione fisica avrebbe rappresentato non solo una perdita politica, ma la rimozione del principale collante simbolico della resistenza ucraina, in un momento in cui l’opinione pubblica occidentale è tutt’altro che compatta nel sostegno a Kiev.

Resta il fatto, ed è forse la sola nota che oggi si può scrivere senza scivolare nell’ipotesi: il drone ha sfiorato l’aereo, non lo ha colpito. Ma la circostanza stessa — un capo di Stato in guerra che rischia la vita per recarsi al funerale di un sovrano alleato — dice quanto la distanza tra normalità diplomatica e minaccia militare, in questo conflitto, si sia ormai quasi azzerata.

Lavora nel settore bancario e si occupa di comunicazione. Laureata in Scienze Politiche e in Informazione ed Editoria all’Università di Genova, nei suoi articoli analizza politica, media, cultura e trasformazioni sociali, con particolare attenzione ai processi che influenzano l’opinione pubblica e il dibattito pubblico. La sua attività professionale si è sviluppata tra relazioni industriali e comunicazione istituzionale.

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