Trump, sette anni dopo: il ricordo che non fa più ridere
Sette anni dopo, ciò che sembrava assurdo non sorprende più e la provocazione rischia di diventare normalità. Il vero pericolo non è soltanto l’asticella che si alza, ma l’assuefazione di chi ha smesso di meravigliarsi
Avete presente quella notifica che Facebook manda tutti i giorni con scritto “Hai ricordi con Tizio, Caio e Sempronio da rivivere oggi”?
È venuto fuori questo: uno screenshot di un tweet di Trump di cui scrivevo “Quanto è pericoloso quest’essere, quanto?”
A distanza di 7 anni la risposta ce l’hanno tutti, ma non ci voleva un genio per capire che quel modo di prendere l’assurdo e trasformarlo in una battuta non era solo la provocazione di uno che aveva trasformato Twitter nel proprio ufficio stampa personale.
Allora faceva ridere? A me no ma in ogni caso oggi lo fa molto meno.
Se nel 2019 qualcuno la poteva giustificare come una caricatura, nel 2026 la questione Groenlandia è un problema concreto, al momento in secondo piano perché l’ultima assurdità su cui si concentra la pazzia di Trump è Hormuz.
Ma è pazzia? Come quella di Re Giorgio (un film che devo assolutamente rivedere). È malattia?
La malattia siamo noi. Non noi perché siamo tutti diventati improvvisamente matti. E nemmeno perché chi vota Trump sia affetto da qualche forma di patologia mentale. Sarebbe una spiegazione troppo semplice (e pure ottimistica).
La malattia da cui siamo affetti è tutt’altra cosa, è l’assuefazione e la Groenlandia è l’esempio perfetto. Dopo 7 anni non è cambiato Trump, è cambiato il nostro grado di sorpresa.
Funziona così:
1) dichiarare una assurdità inaudita
2) provocare una reazione
3) aspettare che tutti si normalizzi
4) alzare l’asticella
5) mettere in pratica
I primi 4 sono già sperimentati. Il punto 5 lo testeremo presto.







