Aumento dei prezzi dei balneari, prestiti per andare in vacanza e acquisto dei libri scolastici: così l’italiano affonda
Chi non lavora non fa l’amore, cantava Celentano. Ma in questa Italia di debiti e lavoro mal pagato, chi lavora rischia di essere poi troppo usurato per far qualsiasi altra cosa
17 agosto 2026, finalmente abbiamo scavallato Ferragosto, anche se questa estate infinita sembra non volerci liberare.
Su instagram, una nota fotografa pugliese pubblica alcuni scatti del Sud “povero” clicca qui. Sono foto del 2018 che lasciano l’amaro in bocca: corpi sformati, specialmente femminili, spiaggiati al sole come inerti, contro le più basilari regole previste dall’OMS sulla esposizione solare, corpi arrossati, sudati, trascurati. Nei commenti, c’è scritto che queste persone non hanno accesso ai cibi “di qualità” perciò sono così sovrappeso.
A me, che al Sud ci vivo e che quelle persone in spiaggia le vedo davvero, non le fotografo, liquidare le immagini come Sud povero mi sembra banalizzare una realtà ben più complessa, come pure parlare di mancato accesso al cibo di qualità.
Innanzitutto, le foto non sono tutte scattate su spiagge libere. Il Sud è per la gran parte colonizzato dai lidi balneari benché ci sia una normativa europea – disattesa in Italia – che preveda regole per le concessioni. Fittare un ombrellone, anche per un solo giorno, di povero può avere ben poco. Solo quest’anno, secondo il quotidiano Domani che cita a sua volta una ricerca di Altroconsumo clicca qui, il costo di un ombrellone è aumentato tra il 6 e il 16%. Cosa vuol dire in termini assoluti? Che un ombrellone nella nostra Costiera Amalfitana arriva a costare 50 euro al giorno, in stabilimenti “comuni”, quelli in cui vanno i poveri, per tornare alle foto di cui sopra, non certo in quelli per “ricchi” dove il prezzo supera i 120 euro giornalieri.
Come ben evidenziato da Stefano Iannaccone nell’articolo su Domani, la causa di questo aumento è da rinvenire “banalmente” nel principio liberista dell’offerta e della domanda: ad una domanda alta rispetto all’offerta si associa inevitabilmente un aumento dei prezzi. E la domanda è sicuramente più alta nelle zone in cui la disponibilità di spiagge libere è ridotta, se non nulla, e la densità di popolazione è alta. A frequentare questi lidi è infatti principalmente la popolazione autoctona (i poveri di cui sopra), a cui si aggiungono turisti venuti dall’estero o dal resto d’Italia.
Al rincaro degli stabilimenti balneari si aggiungono altri aumenti: servizi di alloggio, ristorazione, trasporti che spesso costringono le persone a rimanere a casa e a rinunciare alle tanto sospirate vacanze. Ma anche per chi ha il mare sotto casa la vita non è semplice. All’incremento dei prezzi degli ombrelloni si associano tariffe di parcheggio che partono da un minimo di 2,50 euro l’ora sempre nella stessa zona.
Per sei ore di mare, si arriva quindi a spendere un minimo di 65 euro tra ombrellone e parcheggio, senza voler considerare benzina e cibo.
Mi sembra vada letta congiuntamente a questa notizia, quella dell’aumento dei prestiti al consumo legati a viaggi e vacanze. Secondo una indagine Ipsos Doxa per Assofin, citata da Marco Barlassina su Il Sole 24 Ore, i finanziamenti per andare in vacanza rappresentano circa il 10% del totale prestiti. In questo dato, peraltro, non rientra quello del Buy Now Pay Later, forma di prestito al consumo sempre più diffusa ma rientrata a pieno titolo nella nozione di “credito al consumo” solo di recente con la seconda direttiva europea in materia e rispetto alla quale ancora non ci sono i decreti attuativi di Banca d’Italia. Presumibilmente dunque il dato, al momento, è al ribasso visto che negli ultimi anni la diffusione del BNPL è stata talmente elevata da spingere l’UE a rivedere la definizione stessa di credito al consumo. Mi viene da pensare che forse, negli stabilimenti dove un ombrellone e due lettini costano più di 100 euro al giorno, ci vanno non solo i ricchi veri ma anche quelli finti, che si sono indebitati per un posto al sole.
Più che Sud povero, l’estate è una stagione per ricchi.
Mentre rifletto su questi andamenti, mi balza ogni occhi un altro dato, quello della spesa per libri scolastici. È passato ferragosto, bisogna iniziare a pensarci. Lo scorso 26 marzo con decreti ministeriali nr 50 e 51 clicca qui sono stati aumentati i tetti di spesa per i testi scolastici per ciascun anno della scuola primaria e secondaria di primo e secondo grado in quanto gli stessi “sono adeguati al tasso di inflazione programmata”. Sempre su Il Sole 24 Ore, Eugenio Bruno osserva che “nel 2026 l’incremento medio dei listini per i manuali è stato del 2,3% per le medie e dell’1,8% per le superiori. A fronte di un costo della vita che corre al ritmo del 2,9% su base annua”. clicca qui. Tiro un sospiro di sollievo. Almeno i libri costano meno dei viaggi, non sono solo per ricchi. Del resto, la scuola è obbligatoria fino a 15 anni. i viaggi no. Eppure, leggendo i due decreti citati, mi accorgo che i tetti massimi saranno pure in linea con l’inflazione ma ciò non significa che mandare un figlio a scuola sia neutro per il bilancio familiare. Mi impressiona soprattutto il terzo anno del liceo classico con un tetto di spesa di € 395, la media complessiva, pari a 237,36 € è comunque tutt’altro che irrilevante, specie se si considera che possono esserci più figli in una stessa famiglia. Mi chiedo come faranno le famiglie ad acquistare i libri dopo che ci si è già indebitati per le vacanze.
Troppo semplice dire che la cultura dovrebbe venire prima delle vacanze. Sono piuttosto gli stipendi che dovrebbero essere adeguati all’inflazione e al costo della vita, ancor prima che i costi dei libri scolastici. Nè tanto meno penso che il fenomeno interessi solo il Sud povero. Se prima si emigrava in cerca di fortuna al Nord, ora si assiste al fenomeno opposto, di rientro nei paesi di origine, dove almeno, a parità di stipendio, la vita forse è un po’ meno cara e, prestito permettendo, si sta pure vicino al mare.
Chi non lavora non fa l’amore, cantava Celentano. Ma in questa Italia di debiti e lavoro mal pagato, chi lavora rischia di essere poi troppo usurato per far qualsiasi altra cosa e lentamente di affondare.







