scritto da Francesco Angrisani - 20 Agosto 2026 10:25

L’uomo ha un difetto: può pensare

Un filo di pensiero unisce sei voci, da Gandhi a De André, contro la logica della guerra. Pensare diventa l’atto che rompe l’obbedienza e apre la strada alla responsabilità e alla nonviolenza

Ci sono parole capaci di attraversare il tempo e continuare a interrogarci. Sono parole nate in epoche diverse, pronunciate da uomini diversi e affidate a linguaggi differenti, ma capaci di convergere verso una stessa domanda: come possiamo opporci alla guerra senza diventare parte della sua logica?

Il filo che unisce Gandhi, Don Lorenzo Milani, Aldo Capitini, Bertolt Brecht, Ilario Belloni e Fabrizio De André parte da una parola semplice e, proprio per questo, radicale: pensare.

Bertolt Brecht ci offre una chiave ancora attuale: «L’uomo fa di tutto, può volare e può uccidere, ma ha un difetto: può pensare».

Un “difetto”, agli occhi di chi pretende obbedienza. Perché pensare significa non accettare passivamente ciò che viene presentato come inevitabile. Significa interrogare gli ordini, mettere in discussione la propaganda, chiedersi chi decide e, soprattutto, chi paga il prezzo della guerra.

Pensare significa conservare la possibilità di scegliere.

Questa possibilità trova una delle sue espressioni più alte nella figura di Mahatma Gandhi. Per Gandhi, la nonviolenza non è rassegnazione, debolezza o fuga dalla realtà. È una forma attiva di resistenza all’ingiustizia, fondata sulla forza della verità e sul rifiuto di rispondere alla violenza con altra violenza.

La nonviolenza, quindi, non significa restare spettatori del conflitto, ma cercare una risposta capace di interromperne il meccanismo. Significa opporsi all’ingiustizia senza riprodurre la stessa logica che la genera.

Ma per poter scegliere occorre prima essere messi nelle condizioni di pensare con la propria testa. Ed è qui che la figura di Don Lorenzo Milani assume un significato particolare.

Per Don Milani, l’educazione non consisteva semplicemente nell’accumulare nozioni. Significava dare alle persone, soprattutto a quelle più deboli e prive di voce, gli strumenti per comprendere la realtà e non subirla. La parola, la conoscenza e la scuola diventavano così strumenti di libertà.

Nella sua esperienza educativa, imparare a leggere il mondo significava anche imparare a non accettarlo passivamente.

È una prospettiva che si lega profondamente alla questione della guerra. Un individuo incapace di comprendere può essere facilmente trascinato dalla propaganda; chi possiede gli strumenti per ragionare può invece interrogare gli ordini, riconoscere le responsabilità e assumere una posizione autonoma.

La scuola, in questa prospettiva, non prepara soltanto a un mestiere: prepara alla responsabilità.

Ed è significativo che proprio Don Milani, nella Lettera ai cappellani militari, metta in discussione l’idea che l’obbedienza possa essere considerata una virtù in ogni circostanza. Quando un ordine entra in conflitto con la dignità e la responsabilità dell’uomo, la coscienza non può essere messa a tacere.

Da qui il collegamento con Aldo Capitini diventa naturale.

Filosofo, educatore e protagonista della cultura nonviolenta italiana, Capitini trasforma la pace da semplice aspirazione a responsabilità civile. La sua idea di nonviolenza passa attraverso la partecipazione, il dialogo, l’apertura all’altro e la capacità di costruire alternative alla logica della forza.

In Gandhi troviamo la forza della nonviolenza; in Don Milani, la necessità di formare coscienze libere; in Capitini, l’idea che quella coscienza debba tradursi in partecipazione e responsabilità collettiva.

La domanda diventa allora più profonda: non possiamo limitarci a chiederci se una guerra sia giusta o sbagliata; dobbiamo domandarci se sia possibile affrontare i conflitti attraverso strumenti diversi dalla violenza.

È la stessa domanda che, con un linguaggio diverso, attraversa l’opera di Bertolt Brecht.

Il teatro brechtiano smonta la retorica della guerra e costringe lo spettatore a guardare oltre la superficie degli eventi. La guerra perde la sua rappresentazione eroica e mostra ciò che spesso viene nascosto: interessi, potere, propaganda, sofferenza e morte.

Non ci sono soltanto eserciti e generali. Ci sono persone che obbediscono, persone che subiscono e persone che, prima ancora di combattere, devono decidere se seguire oppure no.

È qui che si inserisce la voce di Ilario Belloni, autore della poesia Non andare, figlio, coi signori della guerra. Il suo invito è diretto e quasi domestico:

«Non andare, figlio, coi signori della guerra».

In queste poche parole c’è una scelta radicale: non seguire chi trasforma la guerra in destino, non diventare strumento di decisioni prese da altri, non accettare che l’avversario venga ridotto a un nemico privo di volto e di umanità.

Quel “figlio” può diventare il simbolo di ogni giovane chiamato a scegliere tra l’obbedienza e la propria coscienza.

La stessa logica risuona nella voce di Fabrizio De André, soprattutto in Girotondo. De André sceglie la forma della filastrocca, legata al mondo dell’infanzia, per raccontare l’assurdità della guerra.

Il contrasto è potente: da una parte il gioco, la leggerezza, il girotondo dei bambini; dall’altra le armi, gli ordini e le decisioni degli adulti.

E sono proprio i bambini, insieme alle loro famiglie, a subire le conseguenze di quelle decisioni.

In Girotondo la guerra perde così ogni aura di eroismo. Non viene raccontata dal punto di vista di chi la comanda, ma attraverso la sua capacità di distruggere vite e futuro. L’innocenza dell’infanzia diventa lo specchio attraverso cui riconoscere l’assurdità della violenza.

È un rovesciamento che richiama la lezione di Brecht: togliere alla guerra la sua maschera gloriosa e restituirle il volto delle sue vittime.

Il filo che unisce queste sei voci diventa allora più chiaro.

Gandhi ci insegna la forza della nonviolenza.
Don Milani ci ricorda che senza educazione e coscienza critica la libertà di scegliere rimane fragile.
Capitini trasforma la nonviolenza in responsabilità civile e partecipazione.
Brecht ci ricorda che l’uomo può pensare e, proprio per questo, può mettere in discussione ciò che gli viene ordinato.
Belloni affida a un padre l’invito a non mandare il proprio figlio con i “signori della guerra”.
De André mostra l’assurdità della guerra attraverso lo sguardo dell’infanzia.

Sei voci, sei linguaggi, una stessa inquietudine: come impedire che la violenza diventi normale?

Perché la guerra, prima ancora di essere combattuta con le armi, viene preparata nelle parole. Quando si convince un popolo che l’altro è il nemico. Quando la paura viene trasformata in odio. Quando l’obbedienza viene considerata più importante della coscienza. Quando una decisione politica viene presentata come un destino inevitabile.

Per questo l’educazione, il pensiero critico e la nonviolenza non sono dimensioni separate. Sono strumenti diversi di una stessa responsabilità: non permettere che altri pensino e decidano al posto nostro.

Ecco allora perché pensare può essere davvero un “difetto”.

È un difetto per chi vuole uomini obbedienti invece di cittadini consapevoli. Per chi preferisce risposte già confezionate alle domande. Per chi ha bisogno che nessuno si chieda se esista un’altra strada.

Ma proprio quel “difetto” può diventare la nostra forza.

Pensare. Dubitare. Ascoltare. Comprendere. Scegliere.

E, quando necessario, avere il coraggio di dire no.

No alla guerra come destino inevitabile.
No alla violenza come unica risposta.
No alla trasformazione dell’altro in un nemico senza volto.

Forse è questo il messaggio che, da Gandhi a Don Milani, da Capitini a Brecht, da Belloni fino a De André, arriva ancora a noi.

La pace non comincia soltanto quando tacciono le armi.

La pace comincia prima: nella scuola che insegna a pensare, nella coscienza che rifiuta l’ingiustizia, nella scelta di non rispondere alla violenza con altra violenza, nella voce che dice a un figlio «non andare», nello sguardo che vede nelle vittime della guerra non numeri, ma esseri umani.

E allora quel “difetto” di cui parla Brecht diventa, paradossalmente, una delle più grandi possibilità dell’uomo.

Pensare per non obbedire alla guerra.
Pensare per scegliere la pace.

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso umano. Fin dal 1980 si impegna nell’associazionismo ambientalista, muovendo i primi passi nel M.A.P.A.N. (Movimento Anticaccia Protezione Animali Natura), con cui promuove campagne di sensibilizzazione contro la strage dei cuccioli di foca destinati all’industria delle pellicce. Il suo impegno civile si amplia con iniziative di respiro internazionale, tra cui la raccolta firme a sostegno della candidatura di Nelson Mandela al Premio Nobel per la Pace. Per quasi un decennio dedica tempo ed energie alla tutela dei cani abbandonati, collaborando con un ricovero situato tra Vietri sul Mare e Molina, occupandosi dell’assistenza agli animali e della sensibilizzazione sul tema del randagismo. Parallelamente porta avanti un percorso politico locale, diventando consigliere della Prima Circoscrizione di Cava de’ Tirreni nella Lista Verde Alternativa, con un’attenzione particolare alla tutela ambientale e alla partecipazione civica. La sua vocazione per uno stile di vita sostenibile si traduce anche in un progetto imprenditoriale: è cofondatore de L’Orto Biologico, negozio specializzato in alimenti biologici che da quasi quarant’anni promuove un’alimentazione sana, il consumo consapevole e il rispetto dell’ambiente.

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