Praga, 1968: la notte in cui un popolo disse no all’impero sovietico
Cinquantotto anni fa l’URSS soffocò con i carri armati il sogno di un socialismo riformatore. La Cecoslovacchia rispose con radio, barricate e una resistenza civile che ancora parla all’Europa
Cinquantotto anni fa, nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, la Cecoslovacchia fu travolta dall’invasione delle truppe sovietiche e del Patto di Varsavia, decise a spegnere la “Primavera di Praga” e le riforme democratiche avviate da Alexander Dubček. Mentre 700 mila soldati entravano nel Paese, una parte dell’apparato di sicurezza collaborò con Mosca: la StB tentò di controllare le comunicazioni, ma la radio di Stato si ribellò, trasmettendo la condanna ufficiale dell’invasione e lanciando l’appello destinato a diventare simbolo di quelle ore: «Jsme s vami, budte s nami» — siamo con voi, state con noi.
La popolazione rispose senza armi: barricate improvvisate, proteste spontanee, una rete di comunicazione clandestina che sfuggì ai tentativi di censura. Il Paese, però, pagò un prezzo altissimo. Secondo l’Istituto per la Memoria Nazionale slovacco furono almeno 108 le vittime tra agosto e dicembre, molte uccise nei primi due giorni mentre cercavano di fermare le colonne militari. A Bratislava caddero la quindicenne Danka Kosanova e altri due giovani; a Poprad morì lo studente Jozef Bonk; a Zvolen l’autista Jozef Levak venne travolto da un mezzo militare dopo essersi inginocchiato davanti alla colonna.
Intanto, mentre i dirigenti riformisti venivano arrestati e deportati a Mosca, un congresso clandestino del partito riunito nella fabbrica CKD di Vysocany condannava l’occupazione. Ma la repressione fu rapida: il Protocollo di Mosca impose la “normalizzazione”, cancellò le riforme, restaurò la censura e avviò epurazioni di massa.
L’atto estremo di Jan Palach, che nel gennaio 1969 si diede fuoco in piazza Venceslao, divenne il simbolo di una resistenza morale che non riuscì a fermare il ritorno al modello sovietico.







