scritto da Redazione Ulisseonline - 06 Luglio 2026 10:07

Quando il bene comune non basta più a distinguere: ambiguità e logoramento del linguaggio politico contemporaneo

Un’espressione nobile e condivisa rischia di perdere forza quando diventa solo retorica. Il “bene comune” resta evocativo, ma senza criteri concreti smette di orientare davvero le scelte pubbliche

Riceviamo e pubblichiamo

Il “bene comune” è una di quelle espressioni che attraversano il discorso pubblico con un’aura di solidità morale difficilmente contestabile. Richiama immediatamente l’idea di ciò che appartiene a tutti e che dovrebbe essere tutelato nell’interesse collettivo: risorse, istituzioni, ambiente, spazi pubblici, conoscenza. Eppure, proprio questa forza evocativa sembra oggi accompagnarsi a un progressivo svuotamento del suo significato operativo.

Nel linguaggio politico e mediatico contemporaneo, il “bene comune” rischia spesso di trasformarsi in una formula generica, utilizzata come cornice retorica più che come criterio operativo di decisione. Si tratta di uno slittamento sottile ma rilevante: da principio che dovrebbe orientare le scelte pubbliche a etichetta che le legittima a posteriori, indipendentemente dal loro contenuto.

Il risultato è una parola che tutti possono rivendicare e che proprio per questo perde capacità discriminante. In suo nome possono essere giustificate politiche molto diverse, talvolta persino incompatibili. La stessa espressione finisce così per essere condivisa da attori politici che la riempiono di significati divergenti, producendo un consenso solo apparente.

Questo processo non avviene attraverso una negazione esplicita del termine, ma tramite un suo consumo progressivo. Il “bene comune” resta formalmente intatto nel discorso pubblico, ma si indebolisce la sua capacità di riferirsi a elementi verificabili della realtà. È una forma di logoramento linguistico: la parola continua a circolare, ma perde presa sui problemi che dovrebbe contribuire a descrivere.

Una delle conseguenze più evidenti è la sua trasformazione in strumento di legittimazione morale. Invece di funzionare come criterio di valutazione delle politiche pubbliche, diventa spesso una dichiarazione di intenzione. Il dibattito si sposta così dal piano degli effetti concreti a quello delle appartenenze simboliche: chi parla in nome del “bene comune” tende a collocarsi automaticamente sul lato della giustezza, rendendo più difficile la discussione sulle misure adottate.

Un ulteriore elemento di ambiguità deriva dalla sua estensione progressiva. Più il concetto si allarga per includere ambiti differenti, più perde capacità definitoria. Ambiente, servizi pubblici, economia, sicurezza, istruzione: tutto può rientrare nel “bene comune”, ma proprio questa inclusività rischia di renderlo indistinto.

Il problema, tuttavia, non è l’uso del termine in sé, quanto la mancanza di criteri che lo rendano realmente operativo. Per mantenere una funzione nel dibattito pubblico, il “bene comune” dovrebbe essere costantemente ricondotto a domande verificabili: quali interessi sono coinvolti? chi beneficia delle decisioni? come vengono distribuiti costi e vantaggi? quali risorse vengono preservate o compromesse nel tempo?

Senza questo ancoraggio, il rischio è che il linguaggio politico continui a produrre parole ad alta intensità etica ma a bassa precisione descrittiva: parole che rassicurano, ma che non aiutano più a distinguere tra alternative concrete.

In questo senso, il “bene comune” non è solo un concetto da difendere, ma anche un indicatore di come il linguaggio pubblico possa allontanarsi gradualmente dalla realtà che dovrebbe rappresentare. Recuperare questa distanza è una delle condizioni per restituire al dibattito politico maggiore chiarezza e responsabilità.

Francesco Angrisani

Rivista on line di politica, lavoro, impresa e società fondata e diretta da Pasquale Petrillo - Proprietà editoriale: Comunicazione & Territorio di Cava de' Tirreni, presieduta da Silvia Lamberti.

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