scritto da Guglielmo Scarlato - 05 Luglio 2026 09:31

La preghiera di un uomo e la memoria di una comunità

Nel silenzio di una fede che diventa testimonianza, Mastella affida la sua fragilità alla preghiera. Un gesto antico che restituisce alla politica il volto umano della comunità

Ci sono parole che non cercano il clamore. Cercano il silenzio.

E nel silenzio acquistano un peso diverso. Diventano vere.

Quando Clemente Mastella ha annunciato di essere malato, pronunciando senza reticenze il nome della malattia che lo attende, non ha scelto il linguaggio della politica. Ha scelto quello della fede. Lo ha fatto nella sua Chiesa, davanti al suo Vescovo, dentro quella comunità che da sempre rappresenta il primo orizzonte della sua esistenza. E ha chiesto una sola cosa: una preghiera.

Non è un gesto qualunque. È un gesto antico.

E’ l’antico linguaggio del cattolicesimo popolare, quello che non considera il dolore una vicenda da consumare nella solitudine, ma un mistero da condividere. È il linguaggio di chi sa che la fragilità non diminuisce la dignità dell’uomo, ma la rivela. E che chiedere una preghiera non significa dichiararsi vinti, bensì riconoscere che esistono battaglie nelle quali nessuno può bastare a se stesso.

In quella richiesta c’è il bambino che è stato, l’uomo che è diventato, il figlio di una terra che continua a sentire il suono delle campane come un richiamo alle proprie radici. C’è il Sannio, con la sua religiosità discreta e profonda, con quella capacità tutta meridionale di trasformare il dolore individuale in una responsabilità collettiva. Quando uno soffre, soffre una famiglia. Soffre un paese. Soffre una comunità.

Forse è proprio questa l’immagine più bella consegnata da Mastella in uno dei momenti più delicati della sua vita: quella di un uomo che, davanti alla possibilità della sofferenza, non si rifugia dietro il ruolo, il potere o la biografia pubblica. Rimane semplicemente un uomo. E torna là dove ogni uomo ritorna quando il tempo improvvisamente rallenta: alle proprie radici, ai volti conosciuti, alle mani che si stringono, alle preghiere sussurrate più che proclamate.

È difficile separare questo gesto dalla storia politica che egli ha incarnato per decenni.

Una stagione nella quale rappresentare un territorio significava, prima ancora che amministrarlo o parlarne, appartenergli. Il parlamentare non era soltanto il depositario di un mandato elettorale: era il custode di una memoria, l’interprete di una comunità, il tramite tra la vita quotidiana di un popolo e le istituzioni dello Stato. Portava a Roma non soltanto voti, ma speranze, paure, volti, dialetti, tradizioni, perfino le sofferenze della propria gente.

Oggi questa idea della rappresentanza sembra consumarsi lentamente.

Una legge elettorale costruita sulle liste bloccate rischia di completare questo distacco, trasformando il rappresentante in un nominato e il cittadino in uno spettatore. Si spezza così quel filo invisibile che univa la politica alla vita concreta delle persone, quel rapporto fatto di incontri, di conoscenza reciproca, di fiducia costruita negli anni. E con quel filo rischiano di scomparire anche esperienze umane che appartengono ormai quasi alla memoria sentimentale della Repubblica.

Per questo la richiesta di una preghiera pronunciata da Clemente Mastella assume un significato che va ben oltre la sua vicenda personale.

Ci ricorda che la politica, quando nasce davvero dalla terra e non soltanto dai partiti, conserva ancora un’anima. Che un uomo pubblico continua a essere, prima di tutto, un uomo della sua comunità. E che esiste una forma di rappresentanza che nessuna legge elettorale potrà mai scrivere né cancellare: quella che si misura nell’affetto che un popolo restituisce quando uno dei suoi figli attraversa la notte.

Oggi non è il tempo delle appartenenze politiche, né delle contrapposizioni.

È il tempo del raccoglimento.

Perché davanti alla malattia cadono le maschere, si dissolvono le polemiche e rimane soltanto ciò che conta davvero: un uomo che affida la propria paura alla fede, una comunità che risponde con la preghiera e quella misteriosa fraternità che rende meno pesante perfino il dolore.

Ed è forse proprio questa la lezione più alta. Che la forza non consiste nel nascondere la propria fragilità, ma nell’avere il coraggio di consegnarla agli altri. Perché solo chi appartiene profondamente a una comunità può chiedere, con semplicità, ciò che Clemente Mastella ha chiesto: «Pregate per me». E solo una comunità che non ha dimenticato la propria anima sa trasformare quella richiesta in un abbraccio.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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