scritto da Gennaro Pierri - 06 Luglio 2026 08:03

Il problema non è essere belli. È essere vuoti

In un tempo che confonde l’estetica con il valore, la bellezza rischia di diventare un guscio vuoto. Ciò che conta davvero è ciò che resta quando l’immagine smette di parlare e comincia la sostanza

Stanotte ho guardato di tanto in tanto il cellulare per cercare di capire chi avesse vinto la Disfida dei Trombonieri qui a Cava e non mi sono accorto di altri messaggi pervenuti dai miei alunni. Stamattina me li sono letti e uno diceva così: “Prof, ma secondo te chi definisce la bellezza di un volto”?

E allora partiamo da un’affermazione: un volto può fermare gli occhi, ma non trattiene nessuno. È una frase che disturba, soprattutto in un tempo in cui tutto sembra dire il contrario. Apri un social e bastano pochi secondi per capire chi detta le regole: pelle perfetta, sorrisi perfetti, vite perfette. Sembra quasi che il valore di una persona possa essere misurato con una fotocamera frontale. Eppure c’è una domanda che nessun algoritmo è riuscito a sostituire: che cosa rimane quando hai finito di essere guardato? Perché è lì che comincia la vita vera.

La bellezza non è una colpa. Non va demonizzata. Sarebbe persino sciocco farlo. Un volto armonioso è un regalo, proprio come una bella voce o un talento naturale. Il problema nasce quando quel dono diventa l’unico investimento di una vita. Conosciamo tutti persone bellissime che, dopo dieci minuti di conversazione, sembrano improvvisamente meno affascinanti. E conosciamo persone comuni che, parlando, ridendo, raccontando ciò che hanno vissuto, finiscono per illuminare una stanza. Il loro volto non cambia. Cambia il nostro modo di guardarlo. Forse perché il fascino non nasce dagli zigomi. Nasce dal bagaglio. Ma attenzione: non quello che trascini in aeroporto. Il bagaglio di cui vale la pena parlare è fatto di cadute che ti hanno insegnato l’umiltà, di libri che ti hanno scompigliato le idee, di errori che ti hanno costretto a ricominciare, di viaggi che ti hanno fatto sentire straniero, di persone che ti hanno cambiato senza chiedere il permesso.

È fatto di cicatrici che non chiedono compassione, ma raccontano che hai avuto il coraggio di vivere. La nostra epoca ci convince a lucidare continuamente la copertina. Molto meno a scrivere una storia degna di essere letta. E così capita un paradosso curioso: abbiamo migliaia di immagini da mostrare e sempre meno esperienze da raccontare. Sappiamo scegliere il filtro giusto, ma non troviamo le parole giuste. Ci preoccupiamo di sembrare interessanti, invece di diventarlo.

La verità è che il tempo è spietato con l’estetica, ma sorprendentemente generoso con la sostanza. Ogni anno porterà via qualcosa al tuo volto. In cambio, però, può aggiungere profondità ai tuoi pensieri, delicatezza ai tuoi gesti, verità alle tue parole. Se glielo permetti. E allora forse la domanda che dovremmo farci davanti allo specchio non è: «Mi piaccio»? Quella cambia con la luce del bagno.

La domanda decisiva è un’altra: «Se oggi perdessi la mia immagine, che cosa resterebbe di me»? Perché un giorno il nostro viso sarà soltanto una fotografia ingiallita. Il nostro bagaglio, invece, continuerà a viaggiare dentro le persone che abbiamo incontrato.

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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