Quale futuro economico ci attende?

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foto angelo tortorella

Stiamo per entrare in piena fase 3 di Covid19, in un’incerta quanto pseudo-normalità, e quando si pensa alle sorti recenti dell’economia nel nostro paese si prova più di un sussulto.

II barometro delle vicende che hanno caratterizzato l’involuzione del settore segna costantemente cattivo tempo e non soltanto per la pandemia mondiale che ha sconvolto gli orientamenti e le fortune dei paesi di mezzo mondo. Al di là di episodi contingenti, certamente ragguardevoli, stupisce a ben guardare il modo in cui l’economia nazionale è stata gestita; soprattutto sorprende la disinvoltura di quanti hanno discettato facendo credere di avere il controllo della situazione, salvo poi dover fare delle ritirate disastrose.

Un esempio può rendere conto della situazione: le reiterate conferenze stampa, sotto la spinta di una crisi sempre più insistente per la maggior parte dei lavoratori, del premier Conte che appare sugli schermi televisivi e ci consola affermando, a botta di proclami ancora da porre in essere a ben quasi 3 mesi dall’epidemia, che l’Italia si rialzerà anche da quest’ennesimo cataclisma, e mentre blatera su numeri, cifre, promesse, una ragguardevole porzione di lavoratori e imprese sono andati sul lastrico.

Passano però solo pochi giorni, addirittura poche ore, ed ecco che ritorniamo a vedere il premier in televisione il quale ci dice questa volta che occorre sostenere con denaro pubblico la Protezione Civile per sostenere la sanità pubblica. Un esercizio di vero e proprio funambolismo da lasciare senza fiato. Ma, forse perché tutti presi da quello che stava accadendo o peggio dalla paura del contagio, per un bel po’ di tempo nessuno ha contestato l’evento, solo una flebile voce dall’opposizione leghista che non viene presa in considerazione.

II dato in questione è significativo non soltanto in se stesso ma per una valutazione che desta un’apprensione più ampia. Perché quelle affermazioni sono state fatte da colui che ha in mano le sorti del portafoglio nazionale. II sospetto non tanto di incompetenza ma addirittura di ignoranza della situazione appare più che legittimo. Anche se poi Conte ha fatto più volte pressione su un’Europa scettica nella prima ora e poi dopo ripiegata a miti compromessi dall’incombente tragedia.

Tuttavia, sarebbe (ovvero è) importante conoscere se l’ultima decisione UE di aiuti economici all’Italia arriveranno per tempo o bisognerà attendere le macerie di quest’ultima, così come non sarebbe lavoro sprecato darsi da fare per recuperare quei miliardi di euro che secondo le stime Ires vengono sottratti alle casse comuni dall’economia in nero, per non parlare (ma ovviamente sarebbe argomento di un serio approfondimento) di quell’altra marea di miliardi di euro che secondo la Corte dei Conti è la cifra che la corruzione nella pubblica amministrazione preleva direttamente dalle tasche dei cittadini (e che ovviamente fa a cazzotti col ritornello secondo cui “non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani”).

E poi c’è lo scandalo più grave di tutti rappresentato dagli incidenti sul lavoro, vale a dire delle migliaia di morti nell’ultimo decennio e delle centinaia di migliaia di invalidità permanenti dello stesso periodo (fonte Inail/lnps).

Da oggi appare all’orizzonte una parvenza di normalità mentre gli italiani sono preoccupati soprattutto per le esigenze del mondo del lavoro e le aspettative dei giovani che aspirano ad inserirsi per costruirsi un proprio futuro. Viceversa sembra che costoro siano visti come un peso opprimente da cui liberarsi: sono cioè gli eterni bamboccioni a carico della società che poi una volta integrati diventano magari improduttivi fannulloni da censurare o addirittura punire; e ovviamente senza tener conto di quanti, stufi delia malversazione, se ne vanno altrove ad arricchire magari col loro talento paesi con i quali ci tocca competere ogni giorno in una gara che, guarda caso, quasi sempre ci vede perdenti.

La confusione e l’incertezza sono ormai di casa e di conseguenza cala paurosamente l’indice di affidabilità nei confronti di chi dovrebbe se non altro avere l’autorevolezza di affermare cose vere e sacrosante; il rischio evidente è che da questo bailamme possa nascere, come infatti avviene, un sentimento di sfiducia popolare, che coltiva dubbi e non lascia mai tranquilli.

Di qui anche il dato secondo cui gli italiani, malgrado gli incitamenti istituzionali, nel lungo periodo di epidemia che stiamo vivendo, si siano dimostrati restii a spendere e abbiano teso, potendo, a risparmiare qualcosa: proprio perché non si fidano, non prendono ormai in considerazione valutazioni e dati che dovrebbero avere un imprimatur di serietà e soprattutto di verità e che invece sono frutto di improvvisazioni e taroccamenti vari.

II sistema economico del paese, secondo tutti gli indicatori riconoscibili e affidabili, arretra del resto costantemente come si evince anche dalla crisi delle aziende e dalla costante precarizzazione del lavoro. In un panorama siffatto sarebbe auspicabile che chi si trova al timone tentasse di dare una seria sterzata dicendo innanzitutto la verità su come stanno realmente le cose.

Si evidenzia viceversa sempre di più un quadro in stile “Titanic”, dove si continua a far finta di nulla, a danzare sul vuoto e sull’abisso. All’occorrenza poi tutti dicono di aver in serbo la mossa vincente, ovvero di essere in grado di risolvere i mali di cui soffre il paese.

E qui la situazione è davvero disarmante giacché coinvolge in un unico calderone di chiacchiere mai seguite da fatti concreti un po’ tutti: politici, economisti, scienziati, sondaggisti, sindacalisti, imprenditori, enti e istituzioni.

Insomma, alla fine non si sa a quale santo potersi votare visto che predomina su vasta scala una fanghiglia formata da incapacità, malafede, pressapochismo, impostura, populismo, ciarlataneria: un composto putrescente che una nazione da un passato glorioso come la nostra sembra davvero non meritare.

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Saggista e musicologo, è laureato in “Sociologia delle Comunicazioni di Massa”. Tra i suoi libri ricordiamo: Il Canto Nero (Milano, 1982), Trecento anni di jazz (Milano, 1986), Jazz moderno (Milano, 1990), Vesuwiev Jazz (Napoli, 1999), Il popolo del samba (Roma, 2005), Ragtime, Jazz & dintorni (Milano, 2007), prefato da Amiri Baraka, Una storia sociale del jazz (Milano 2014), prefato da Zygmunt Bauman, Saudade Bossa Nova (Firenze, 2017). Per i “Saggi Marsilio” ha pubblicato l’unica Storia del ragtime, in due edizioni (Venezia, 1984 e 1989) edita in Italia e in Europa. Ha scritto monografie: due su Frank Sinatra (Venezia, 1991) e The Voice – Vita e italianità di Frank Sinatra (Roma, 2011), e su Vinicio Capossela (Milano, 1993), Francesco Guccini (Milano, 1993), Louis Armstrong (Napoli, 1997), un paio di questi col contributo amichevole di Renzo Arbore e Gianni Minà. Collabora con la RAI, per la cui struttura radiofonica ha condotto diverse trasmissioni musicali, e per La Storia siamo noi ha contribuito allo special su Louis Armstrong. Tiene periodicamente stage su Civiltà Musicale Afroamericana oltre a collaborare con la Fondazione Treccani per le voci afroamericane. Tra i vari riconoscimenti ha vinto un Premio Nazionale Ministeriale di Giornalismo, ed è risultato tra i finalisti del Premio letterario Calvino per l’inedito. Per la narrativa ha pubblicato un romanzo breve per ragazzi dal titolo Easy Street Story, (Npoli, 2007), la raccolta di racconti È troppo tardi per scappare (Napoli, 2013), il romanzo epistolare Caro Giancarlo – Epistolario mensile per un amico ammazzato, (Terracina, 2014), che gli è valso il Premio ‘Giancarlo Siani’ 2014, e un e-book dal titolo Ballata e morte di un gatto da strada (Amazon, 2015), un romanzo storico sulla figura di Malcolm X, prefato da Claudio Gorlier, con postfazione di Walter Mauro, e supervisionato da Roberto Giammanco. È il direttore artistico del Festival Italiano di Ragtime e il suo sito è www.gildodestefano.it.

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