scritto da Guglielmo Scarlato - 02 Ottobre 2026 08:20

Il Parlamento che cambia la politica

La nuova legge elettorale e il rischio di una democrazia sempre più chiusa nelle proprie élite. Una riforma che non riguarda solo numeri e soglie, ma il modo in cui nascono le coalizioni, si selezionano i candidati e si esercita il potere politico. Un sistema che può rafforzare le élite e ridurre ulteriormente la scelta degli elettori

Tra il 7 e l’8 ottobre la Camera potrebbe approvare definitivamente la nuova legge elettorale. Sembra una questione di numeri: 42%, premio di maggioranza, soglie, firme, preferenze. In realtà è molto di più.

È una legge che può cambiare il modo stesso nel quale si formano i partiti, si selezionano i parlamentari e si esercita la leadership politica in Italia.

Il meccanismo è semplice.

Il premio di 70 deputati e 35 senatori scatta se una lista o coalizione raggiunge il 42% in entrambe le Camere. Per arrivarci, soprattutto per le forze non egemoni, la coalizione diventa quindi una necessità politica assai più forte. Ma dentro questo sistema c’è un elemento ancora più significativo: il capolista bloccato. Le preferenze tornano, ma il primo nome della lista non viene scelto dall’elettore. È scelto dal partito. L’elettore può indicare fino a tre preferenze sugli altri candidati, ma il capolista resta fuori dalla competizione delle preferenze.

La conseguenza è evidente soprattutto per le tante liste che eleggeranno in quasi tutti i collegi un solo parlamentare. Le simulazioni sostengono che, salvo Fratelli d’ Italia e Pd, gli altri partiti nella quasi totalità dei collegi otterranno un unico eletto. Se una lista conquista un solo seggio, quel seggio va al capolista bloccato. La preferenza esiste sulla scheda, ma non determina quell’elezione. Se ne conquistasse due, soltanto il secondo potrebbe dipendere dalla scelta degli elettori. E così via.

E’ bene ribadirlo: per quasi tutte le forze politiche, salvo Fratelli d’ Italia e il Pd, la preferenza è una possibilità formale, una finzione scenica, ma non uno strumento effettivo di selezione della rappresentanza. D’altra parte, i listini costituiti da 70 aspiranti deputati e 35 aspiranti senatori che potrebbero essere eletti se dovesse scattare il premio di maggioranza sono interamente bloccati e, su di essi, non v’ è possibilità di esprimere preferenze.

Tutto questo cambia la natura del rapporto tra parlamentare, partito ed elettore. Chi decide la candidatura decide già grande parte della rappresentanza. Il parlamentare dipende poco dal consenso del territorio. Dipende da chi può collocarlo in una posizione eleggibile.

E qui comincia la trasformazione dei partiti.

Dai partiti liberi ai partiti vassalli

Un partito dovrebbe essere libero di essere ciò che è. Dovrebbe poter difendere la propria identità, anche quando non coincide con quella del partito più grande della propria area. E dovrebbe poter dire no. Dovrebbe poter rompere un’alleanza. Dovrebbe poter perdere una parte del consenso pur di conservare la propria autonomia. Ma se il premio smisurato rende indispensabile la coalizione, se le soglie rendono difficile correre da soli, se le candidature diventano decisive e se molti parlamentari dipendono dalla posizione loro assegnata dai vertici, il sistema produce una diversa logica.

I partiti non scompaiono. Diventano dipendenti.

Ed è qui che può nascere il partito vassallo. Formalmente autonomo. Con il proprio simbolo. Con il proprio gruppo dirigente. Ma costretto a vivere nell’orbita di una forza più grande per poter partecipare alla conquista del premio, alla maggioranza e, in definitiva, al governo.

Non è più necessariamente un’alleanza fra partiti liberi. Può diventare una gerarchia fra un partito egemone e partiti che hanno bisogno dell’egemone.

Questo riguarda evidentemente i rapporti interni al centrodestra, dove Forza Italia e Lega devono confrontarsi con la forza politica dominante della coalizione. Ma riguarda, con modalità diverse, anche il campo avverso: il rapporto fra Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e le altre forze potrebbe essere condizionato dalla necessità di costruire una coalizione capace di competere per il premio e le identità politiche finirebbero per annacquarsi nel tentativo di far prevalere le ragioni della coalizione su quelle dei singoli partiti.

Non è una previsione acritica. È una conseguenza possibile della struttura della legge.

La politica si chiude

E allora il problema diventa più grande della legge elettorale. Perché, nel tempo, questo sistema può spostare ancor di più il centro della politica: dal territorio alle segreterie; dalla rappresentanza alla candidatura; dalla libertà dei partiti alla disciplina delle coalizioni; dagli iscritti ai fedelissimi; dalla discussione politica alla comunicazione.

Il partito del futuro rischia di avere sempre meno bisogno di sezioni, iscritti e radicamento sociale.

Scatta sempre più il bisogno di una leadership forte, di una macchina comunicativa efficiente e di una posizione egemone nella coalizione. Il consenso non viene più costruito attraverso la rappresentanza. Viene costruito solo attraverso la comunicazione.

Televisioni, social network, grandi piattaforme comunicative e leadership personali diventano l’unico ponte fra il potere e il cittadino.

E qui nasce il paradosso.

Il populismo, nato come reazione alla chiusura delle élite, può diventare esso stesso un sistema di governo del consenso. Il popolo continua a essere chiamato a votare. Ma rischia di partecipare sempre meno alla formazione della classe dirigente.

Una inamovibile oligarchia politica?

Non parlo di una cospirazione. Parlo di un meccanismo.

Quando per anni gli stessi vertici decidono le candidature, le coalizioni decidono gli equilibri e la comunicazione costruisce il consenso, è possibile che si formi progressivamente una classe politica sempre più stabile, sempre più omogenea e sempre più dipendente dai propri circuiti interni.

Una nuova élite non necessariamente chiusa per legge. Chiusa per selezione.

E poi c’è la Costituzione

C’è infine una questione che non dovrebbe essere rimossa dal dibattito.

Oggi la Camera ha respinto le pregiudiziali di costituzionalità. Ma questo non significa che ogni questione costituzionale sia definitivamente chiusa. Una legge elettorale può essere approvata, applicata e persino produrre un nuovo Parlamento e, successivamente, essere sottoposta al giudizio della Corte costituzionale attraverso le vie previste dall’ordinamento.

E allora si aprirebbe uno scenario delicatissimo.

Che cosa accadrebbe se una parte della legge utilizzata per eleggere il nuovo Parlamento fosse successivamente dichiarata costituzionalmente illegittima? Quando viene accolta una questione di costituzionalità, la norma perde efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza.

Ma la brevità del tempo che ci separa dal voto rende improbabile che la Corte Costituzionale possa sottoporre al proprio vaglio le nuove disposizioni prima che esse producano una nuova rappresentanza.

E’, dunque, probabile che eventuali dichiarazioni d’incostituzionalità siano emesse dopo che con quelle regole sia stato eletto il Parlamento.

La Corte Costituzionale ha già dichiarato in passato che un Parlamento eletto con una legge elettorale contenente profili di incostituzionalità può condurre a termine la legislatura.

Ci sarebbe, però, un problema istituzionale e politico di enorme portata: quale legittimazione morale conserva una classe dirigente selezionata attraverso una regola elettorale approvata a spron battuto nel finale della Legislatura a dispetto di diffusi rilievi d’incostituzionalità provenienti dall’ ambiente scientifico e politico , successivamente dichiarata illegittima?

È una domanda che oggi non ha bisogno di una risposta precostituita. Ma proprio per questo deve essere posta prima. Perché una legge elettorale non è una legge qualsiasi. È la porta attraverso la quale il popolo entra nelle istituzioni. E se quella porta viene costruita in modo che prima entrino le segreterie, poi le coalizioni, poi i capilista e solo alla fine, e solo per una parte dei seggi, le preferenze degli elettori, allora non stiamo semplicemente cambiando una formula elettorale. Stiamo cambiando il paesaggio politico italiano.

Il rischio è una politica sempre più chiusa nei propri circuiti, nella quale i partiti conservano nominalmente la propria autonomia ma perdono progressivamente la libertà di essere ciò che sono.

Partiti formalmente liberi. Politicamente vassalli. Elettori formalmente sovrani. Ma sempre più lontani dalla scelta reale di chi li rappresenta.

E questa, prima ancora di essere una questione di destra o di sinistra, è una questione di democrazia parlamentare.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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