Il discorso del Sinedrio
Un discorso di forza epica, ma privo di ogni ombra di misericordia. Tra orgoglio e giustizia senza remissione, emerge la domanda cristiana sulla carità negata
Ho ascoltato il discorso di Netanyahu alle Nazioni Unite.
Non si può negare: aveva una forza epica. Un palpito autobiografico, evocativo, quasi biblico. La voce di un popolo che ha conosciuto il baratro e che rivendica il diritto di non tornarci mai più. Da questo punto di vista, è stato un discorso potentissimo.
Ma era un discorso di una spietatezza degna del Sinedrio.
Non c’era un’ombra di misericordia. Non c’era Cristo che dice “porgi l’altra guancia”. Non c’era il “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Non c’era il ladrone perdonato sulla croce. Non c’era l’invito scandaloso, rivoluzionario, a perdonare il proprio nemico.
Era un discorso potente, orgoglioso, granitico. Ma senza carità.
Era un discorso da Vecchio Testamento. Legge contro legge. Occhio per occhio. Giustizia senza remissione.
E qui sta il punto che mi interroga come cristiano. Non mi interessa, in questo post, stabilire chi ha ragione e chi ha torto sul piano geopolitico. Ognuno ha i suoi archivi, le sue date, i suoi morti da piangere. Mi interessa un’altra cosa.
Senza compassione e senza una mano tesa verso il nemico, anche quando il nemico ti ha colpito nel modo più atroce, ci si dimentica del senso stesso della Croce.
I cristiani riconoscono in Gesù la natura umana e quella divina. I nostri fratelli ebrei ne riconoscono solo quella umana. Ma è proprio in nome di quella natura umana, così fragile, così ferita, che tanti ebrei in Israele e nel mondo stanno chiedendo a Netanyahu di mettere, prima o poi, non solo nella sua eloquenza impeccabile, ma nella sua azione politica e militare, un po’ di carità e di misericordia.
Perché la forza senza misericordia è solo potenza. E la potenza, senza pietà, non ha mai salvato nessuno.







