Il Parlamento appartiene agli elettori, non alle segreterie dei partiti
La riforma elettorale ripropone capilista bloccati e preferenze limitate, lasciando alle segreterie dei partiti gran parte del potere di scelta dei futuri parlamentari
La nuova legge elettorale dovrebbe partire da una domanda elementare: chi deve scegliere i parlamentari: i cittadini o i partiti?
In una democrazia rappresentativa la risposta dovrebbe essere altrettanto elementare: i cittadini.
E invece, ancora una volta, la volontà dell’elettore viene inserita dentro una complessa alchimia di soglie, premi, liste e candidature bloccate, nella quale le segreterie continuano a conservare una parte decisiva del potere di scelta.
Il punto è semplice e va spiegato con chiarezza.
I capilista restano bloccati.
E il capolista bloccato non è un candidato che deve conquistare la preferenza degli elettori: è un candidato scelto dal partito e collocato in una posizione che gli assicura il seggio quando la lista ottiene quel numero di voti necessario a eleggerlo.
Se una lista conquista un solo seggio, quel seggio andrà al capolista. Può esserci un altro candidato della stessa lista capace di raccogliere un mare di preferenze: resterà comunque fuori.
Ecco perché il problema non è affatto secondario.
Salvo il caso di Fratelli d’Italia e del Partito Democratico, che possono contare in non pochi collegi su una forza elettorale tale da poter conquistare più seggi, per la gran parte degli altri partiti il risultato sarà, nella quasi totalità dei collegi, l’elezione del solo capolista bloccato.
E anche per Fratelli d’Italia e Partito Democratico, in alcuni collegi, potrà accadere la stessa cosa.
Il risultato complessivo è dunque facilmente comprensibile: una quota che può avvicinarsi all’80% degli eletti sarà determinata, di fatto, dalla posizione assegnata dal partito e non dalla preferenza degli elettori.
E c’è un paradosso che dovrebbe essere spiegato a tutti: il capolista sarà eletto senza ricevere neppure un voto di preferenza. Non perché gli elettori non abbiano voluto sceglierlo. Ma perché non sono stati messi nella condizione di sceglierlo. Il suo nome è già protetto dalla posizione in lista.
Gli altri candidati, invece, dovranno cercare voti, convincere gli elettori, raccogliere preferenze. Ma in una enorme quantità di casi lo faranno per un seggio che, matematicamente, sarà già occupato dal capolista.
Allora bisogna avere il coraggio della chiarezza. Questa non è una preferenza piena. È una preferenza che, nella maggior parte dei casi, non potrà determinare chi entrerà in Parlamento.
E allora la domanda diventa inevitabile: perché questa finzione?
Se il principio delle preferenze è giusto, perché limitarlo?
Se il cittadino deve poter scegliere il proprio rappresentante, perché può scegliere alcuni candidati ma non il capolista?
E se invece si ritiene che le preferenze non siano uno strumento democraticamente valido, perché introdurle con questa forma, costruendo una rappresentazione scenica della partecipazione popolare?
Si abbia almeno il coraggio della chiarezza. Ed è proprio qui che emerge la parte più significativa di questa vicenda.
I partiti si accusano reciprocamente, ma finiscono per comportarsi secondo la stessa logica: quella della convenienza politica del momento.
Il centrodestra accusa il centrosinistra di non avere introdotto in passato le preferenze.
Il centrosinistra presenta un emendamento per introdurre le preferenze vere, piene, a tutto tondo, eliminando i capilista bloccati.
L’emendamento viene bocciato dalla maggioranza.
E allora la domanda non è più soltanto che cosa abbiano fatto in passato gli uni o gli altri.
La domanda è: che cosa si fa oggi, quando si ha la possibilità concreta di cambiare le cose?
Qui le dichiarazioni di principio vengono messe alla prova.
Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia hanno più volte sostenuto il valore delle preferenze e della scelta degli elettori. Ma quando si arriva al voto decisivo, la difesa degli equilibri della maggioranza prevale sulla coerenza con quelle dichiarazioni.
E persino Vannacci, favorevole, per fare emergere le contraddizioni nella maggioranza, alle preferenze piene, si è trovato su questo terreno in contrasto con la posizione assunta dalla coalizione di governo.
Questo dovrebbe far riflettere. Perché dimostra che la questione non è davvero destra contro sinistra. È il principio contro il tatticismo. È la libertà dell’elettore contro la convenienza delle segreterie. È la rappresentanza contro la conservazione del potere.
Destra e sinistra si scagliano l’una contro l’altra, si rinfacciano responsabilità del passato, si accusano di incoerenza. Ma quando arriva il momento nel quale una scelta davvero libera potrebbe modificare gli equilibri del prossimo Parlamento, le ragioni di principio vengono sacrificate alle convenienze politiche del momento.
È questo che non possiamo accettare. Perché una legge elettorale non dovrebbe essere costruita per garantire ai partiti la tranquillità dei propri equilibri. Dovrebbe essere costruita per garantire agli elettori la libertà della propria scelta. E se il principio della preferenza è giusto, allora deve valere per tutti. Nessun capolista bloccato. Nessun candidato protetto. Nessuna posizione garantita. Preferenze per tutti.
Anche per il capolista. Soprattutto per il capolista. Chi vuole rappresentare i cittadini deve conquistare il loro consenso. Deve chiedere voti. Deve mettersi in gioco. Se è davvero il candidato migliore, non avrà bisogno della protezione della segreteria.
Per questo diciamo con forza che non basta concedere all’elettore qualche preferenza per poter dire di aver restituito il Parlamento ai cittadini.
Una preferenza che non può incidere sull’elezione, perché il seggio è destinato al capolista bloccato, rischia di essere soltanto una concessione simbolica alla partecipazione popolare.
Una libertà apparente. Una libertà che non deve disturbare gli equilibri del potere. Una mistificazione della scelta democratica. E allora diciamolo senza casacche di partito: o il cittadino può scegliere davvero, oppure non può scegliere.
La battaglia dell’Associazione Vincenzo Scarlato continuerà davanti alla Corte costituzionale e in tutte le sedi nelle quali sia possibile difendere questo principio: nelle università, nei luoghi della cultura, nelle piazze, nelle strade e in ogni momento di partecipazione popolare. Perché non siamo soltanto davanti a una discussione sulla tecnica elettorale.
Siamo davanti a una questione di libertà.
E dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che quando una legge fondamentale della democrazia viene costruita principalmente per conservare gli equilibri delle forze politiche, non siamo al cospetto di una produzione legislativa sana e di un dibattito politico maturo. Siamo davanti, troppo spesso, a una semplice lotta per il potere. Contro questa logica bisogna impegnarsi. Senza destra. Senza sinistra. Senza casacche.
L’Associazione Vincenzo Scarlato lo fa da molto tempo.
E continuerà a farlo senza stancarsi. Perché non abbiamo equilibri di partito da difendere.
Abbiamo un principio da difendere: la libertà del cittadino di scegliere davvero chi lo rappresenta.
E su questo non intendiamo fare sconti a nessuno. Né alla maggioranza né all’opposizione. Perché il Parlamento non appartiene alle segreterie. Non appartiene alle oligarchie. Non appartiene agli accordi del momento.
Appartiene agli elettori.







