Falso, ergo sum!
C'è una sorta di assuefazione al falso con una naturalezza impressionante da parte della gente. Se qualcosa ci diverte, ci emoziona o cattura la nostra attenzione, il fatto che sia reale o meno sembra diventare irrilevante
Viviamo un periodo storico che definirei alquanto bizzarro, tra focolai bellici e la diffusione barbarica dell’Intelligenza Artificiale. C’è un aspetto di quest’ultima che comincia a inquietarmi davvero. A tal proposito mi viene in mente l’incontro-intervista che ebbi in quel febbraio del 2013 col grande pensatore Zygmunt Bauman, dopo la sua interessantissima ‘lectio magistralis‘ al Petruzzelli di Bari, in cui già si parlava ampiamente di I.A. e le risposte che mi dette a tal proposito si inserivano nel quadro della sua ‘ modernità liquida’, vedendo la tecnologia come un fattore che accelera la frammentazione delle relazioni e l’instabilità sociale.
Ormai sui social siamo sommersi da immagini e video generati dall’IA: gattini che servono ai tavoli, cani che parlano, scene assurde, catastrofi improbabili, leader politici trasformati in personaggi religiosi o situazioni volutamente grottesche. Contenuti evidentemente falsi. Eppure piacciono. Funzionano benissimo. Ed è proprio questo il punto.
C’è una sorta di assuefazione al falso con una naturalezza impressionante da parte della gente. Se qualcosa ci diverte, ci emoziona o cattura la nostra attenzione, il fatto che sia reale o meno sembra diventare irrilevante. Conta soltanto che riesca a tenerci incollati allo schermo. Forse questo ragionamento nasce anche da uno spaventoso dilagare incontrollato del fenomeno virtuale, ma c’è un dettaglio che continuo a trovare inquietante: dietro questi contenuti non ci sono solo ragazzini annoiati che giocano con un’app. Ci sono aziende, investimenti, strategie, team che studiano come produrre sempre più engagement. E nessuno investe milioni senza un obiettivo.
La domanda quindi è inevitabile: a cosa ci stanno abituando? Quale meccanismo mentale stiamo lentamente spegnendo?
Perché se milioni di persone iniziano a consumare contenuti senza chiedersi più se siano veri oppure no, il pensiero critico inevitabilmente si indebolisce. E nel momento in cui la verità perde importanza, costruire qualsiasi narrativa diventa molto più semplice. Bauman descrive un mondo in cui le strutture sociali, le relazioni e le identità diventano fluide e instabili. L’IA, con la sua capacità di personalizzare ogni esperienza e creare bolle informative, spinge al massimo questa liquidità, cristallizzando il sociale in “machine habitus” (o cristallizzazione algoritmica), dove gli algoritmi suggeriscono come comportarsi, pensare o relazionarsi.
Sicuramente la mediazione tecnologica elimina il “con-tatto” fisico, fondamentale per l’empatia e per contrastare la depressione. L’IA tende a trasformare le relazioni umane in “connessioni” facilmente attivabili o disattivabili, aumentando la precarietà emotiva. I social, poi, hanno trasformato la società in un “confessionale”, dove le persone condividono freneticamente la propria vita. In questo contesto, l’IA agisce come uno strumento che amplifica l’esibizionismo e la necessità di approvazione sociale, rendendo l’attenzione umana fragile e incapace di approfondire.
Ed è lì che la questione smette di essere solo curiosa o divertente e inizia a diventare pericolosa.







