Dopo il No al referendum, la maggioranza rilancia la legge elettorale. Il tentativo di alterare la democrazia parlamentare
Nonostante il segnale arrivato dalle urne, il governo spinge una nuova legge elettorale che, secondo i critici, ripropone per via ordinaria gli effetti del premierato bocciato dal referendum: premio di maggioranza sproporzionato, liste bloccate e rischio di concentrazione del potere nelle mani di una minoranza parlamentare
Nonostante il chiaro segnale politico e costituzionale lanciato dal Paese con il No al referendum, la maggioranza di governo insiste nel voler portare al confronto parlamentare — e poi al voto — la proposta di legge elettorale presentata unilateralmente in piena campagna referendaria.
Un fatto politicamente grave.
Invece di interrogarsi sul significato di quel voto e di prenderne atto con rispetto istituzionale, si tenta oggi di riproporre, per altra via, lo stesso obiettivo: modificare in profondità gli equilibri della nostra democrazia parlamentare.
Il terreno originario di questo disegno era quello della revisione costituzionale, attraverso il progetto di premierato forte, la cosiddetta “madre di tutte le riforme”, pensata per concentrare ulteriormente il potere nelle mani del capo dell’esecutivo.
Ma proprio dopo la vittoria del No al referendum, quel percorso appare oggi politicamente più rischioso: il timore evidente è che una nuova consultazione popolare possa trasformarsi in un’altra sconfitta.
E allora si tenta di aggirare l’ostacolo.
Ciò che non si riesce a ottenere apertamente modificando la Costituzione si prova ora a introdurlo surrettiziamente attraverso una legge ordinaria, anticipando nei fatti gli effetti del premierato senza sottoporre questo profondo mutamento al giudizio diretto dei cittadini.
Formalmente la Costituzione resterebbe intatta. Materialmente verrebbe svuotata.
Non siamo davanti a una semplice riforma elettorale. Siamo davanti al tentativo di riscrivere, senza dirlo apertamente, la forma stessa della Repubblica.
Il cuore del progetto è un premio di maggioranza esagerato e distorsivo, capace di trasformare una minoranza relativa del Paese in una maggioranza assoluta del Parlamento. Non una correzione ragionevole della rappresentanza per favorire la governabilità, ma una vera alterazione della volontà popolare: una forza politica o una coalizione potrebbe ottenere un potere parlamentare enorme senza aver ricevuto un consenso proporzionato nel Paese.
Le conseguenze istituzionali sarebbero immediate e gravissime.
Una maggioranza parlamentare costruita artificialmente potrebbe eleggere da sola il Presidente della Repubblica già dal quarto scrutinio, quando è sufficiente la maggioranza assoluta. Verrebbe meno quella necessità di confronto e di convergenza ampia che garantisce al Capo dello Stato la sua funzione di arbitro imparziale e custode della Costituzione.
Ma non basta.
Quel Presidente della Repubblica nominerebbe cinque giudici della Corte costituzionale. Altri cinque sarebbero eletti dal Parlamento dominato dalla stessa maggioranza artificiale. Dieci giudici su quindici finirebbero così, direttamente o indirettamente, sotto l’influenza dello stesso blocco politico.
Significa concentrare nelle mani di una maggioranza costruita per legge il potere di incidere contemporaneamente sul Governo, sulla Presidenza della Repubblica e persino sull’organo chiamato a giudicare la costituzionalità delle leggi.
Un cortocircuito istituzionale. Un potere senza adeguati contrappesi.
Anche il Governo ne uscirebbe artificialmente rafforzato: potrebbe reggersi su una maggioranza parlamentare amplificata, pur senza un corrispondente consenso reale nel Paese.
Questa non è stabilità democratica. È una stabilità costruita sulla deformazione della rappresentanza.
E vi è un ulteriore elemento, forse ancora più inquietante: le liste integralmente bloccate.
Qui si consuma una delle più profonde ferite inferte alla democrazia rappresentativa.
I cittadini non sceglierebbero più i propri rappresentanti. Sceglierebbero soltanto un simbolo, mentre deputati e senatori verrebbero decisi dalle segreterie dei partiti.
Il Parlamento cesserebbe così di essere il luogo della rappresentanza popolare per trasformarsi in una assemblea di nominati, una struttura di cooptazione politica composta da persone la cui principale fedeltà non sarebbe verso gli elettori, ma verso il capo che li ha collocati in lista.
Non rappresentanti liberi.
Non legislatori autonomi.
Ma cortigiani dei capipartito.
È così che si svuota la sostanza dell’articolo 1 della Costituzione: la sovranità appartiene al popolo. Perché se il popolo non può scegliere chi lo rappresenta, la sovranità diventa una formula svuotata di significato.
Premio di maggioranza esagerato.
Parlamento di nominati.
Presidente della Repubblica condizionabile.
Corte costituzionale influenzabile.
Governo artificialmente rafforzato.
Questa non è governabilità.
È concentrazione del potere.
La Costituzione non si tradisce solo cambiandone le parole.
La si tradisce anche lasciandole intatte, mentre se ne svuota lentamente l’anima.
Per questo il segnale del referendum va rispettato.
Per questo questa proposta va fermata.
Prima che una maggioranza costruita artificialmente trasformi la nostra democrazia in un sistema dove il popolo vota, ma non sceglie più.







