scritto da Francesco Angrisani - 28 Settembre 2026 08:03

Il souvenir che racconta davvero Cava de’ Tirreni

Dalla scelta di ciò che acquistiamo nasce anche un’idea di turismo: più attenta all’economia locale, all’ambiente, al lavoro e all’inclusione

Portare a casa un souvenir alla fine di una vacanza è, per molti, quasi un rito. Una calamita, una statuetta, un oggetto ricordo che dovrebbe raccontare il luogo visitato. Ma quale storia racconta davvero quell’oggetto?

Sempre più spesso capita di acquistare prodotti che di locale hanno soltanto il nome stampato sulla confezione o l’immagine del monumento più famoso della città. Oggetti prodotti a migliaia di chilometri di distanza, trasportati per mare o su strada e poi venduti come simboli di un territorio che, in realtà, ha avuto ben poco a che fare con la loro realizzazione.

È una contraddizione sulla quale vale la pena riflettere, soprattutto in una città come Cava de’ Tirreni, dove il turismo può rappresentare un’opportunità non soltanto per l’accoglienza, ma anche per il commercio, l’artigianato e le produzioni del territorio.

Il problema non riguarda soltanto l’origine geografica del prodotto. Dietro alcuni souvenir industriali possono esserci filiere molto lunghe, utilizzo di plastica e altri materiali, trasporti e, al termine della loro vita utile, rifiuti di difficile recupero. Anche la quota di valore economico che rimane nel territorio visitato può essere limitata.

Che cosa significa davvero “locale”?

La domanda, allora, diventa più ampia: che cosa si dovrebbe intendere quando si parla di prodotto locale?

Non dovrebbe bastare che un articolo sia venduto a Cava de’ Tirreni. Un prodotto realmente legato alla città dovrebbe, quando possibile, generare valore per chi quel territorio lo vive e lo lavora.

Artigianato, produzioni artistiche, manufatti, attività commerciali che custodiscono competenze e tradizioni, ma anche enogastronomia e prodotti capaci di raccontare, attraverso un sapore, una lavorazione o una ricetta, una parte della storia della comunità.

In questa prospettiva, acquistare da imprese, artigiani e produttori del territorio può contribuire a mantenere una parte della spesa e del valore economico all’interno della comunità.

Ma c’è un ulteriore passo da compiere.

Locale sì, ma anche sostenibile e inclusivo

Il concetto di “locale” non dovrebbe trasformarsi in uno slogan vuoto. Valorizzare una produzione del territorio significa innanzitutto riconoscerne l’origine, le competenze e il valore economico, ma può significare anche sollecitare, per quanto possibile, filiere sempre più attente alla sostenibilità ambientale, alla qualità del lavoro, all’equità e all’inclusione.

Non si tratta di sostenere che ogni prodotto locale possieda già, automaticamente, tutte queste caratteristiche. Si tratta piuttosto di indicare una direzione: fare in modo che la valorizzazione delle produzioni di Cava de’ Tirreni possa accompagnarsi, laddove concretamente possibile, a una maggiore attenzione agli impatti ambientali, alle condizioni di lavoro, all’utilizzo responsabile delle risorse e alla capacità di creare opportunità anche per le persone che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro.

In questa prospettiva, il turismo può diventare non soltanto un’occasione di consumo del territorio, ma anche uno stimolo a rafforzare una filiera locale capace di coniugare identità, qualità, lavoro, sostenibilità e inclusione.

Si tratta di una sollecitazione, non di un’etichetta da applicare indistintamente. Ogni realtà produttiva ha le proprie caratteristiche e ogni obiettivo deve essere valutato concretamente. Ma proprio il turismo può offrire un’occasione per orientare progressivamente domanda e offerta verso prodotti che, oltre a raccontare Cava, siano sempre più coerenti con i valori che la comunità intende promuovere.

Due esempi: la calamita in ceramica e il confettone

A volte sono le cose più semplici a spiegare meglio che cosa significhi valorizzare un territorio.

Una piccola calamita in ceramica realizzata a Cava de’ Tirreni può raccontare, oltre al luogo raffigurato, una tradizione artigianale, una manualità, una competenza e una cultura materiale legate al territorio.

Se acquistata da chi la produce o da un’attività locale, la sua funzione non si esaurisce nel ricordo che il turista porta a casa: una parte di quella spesa può rimanere nella comunità e contribuire a sostenere attività, lavoro e professionalità locali.

La ceramica, del resto, non è un elemento inventato per l’occasione. La Ceramica Cavese è riconosciuta e documentata come produzione artistica e tradizionale del territorio campano, con radici storiche antiche. Esiste inoltre uno specifico Disciplinare della ceramica artistica e tradizionale di Cava de’ Tirreni, approvato nel 2011, a tutela delle caratteristiche della produzione.

Non si parte, quindi, da zero: esiste già una tradizione che può essere ulteriormente valorizzata e resa più riconoscibile anche nei confronti del visitatore.

Ancora più significativo è il caso del confettone, una specialità della tradizione gastronomica salernitana particolarmente diffusa a Cava de’ Tirreni. La Regione Campania lo inserisce nell’elenco dei prodotti agroalimentari tradizionali e ne segnala proprio la particolare diffusione nella città metelliana.

Qui il souvenir diventa qualcosa di completamente diverso dalla consueta paccottiglia industriale.

Il turista non porta semplicemente a casa un oggetto con scritto “Cava de’ Tirreni”: porta con sé un sapore, una tradizione, una storia.

Un confettone acquistato a Cava racconta Cava molto più di un oggetto prodotto chissà dove e semplicemente marchiato con il nome della città. E una piccola ceramica realizzata da un artigiano locale non è soltanto una calamita: è il risultato di una manualità, di una competenza e di una cultura materiale legate al territorio.

Sono esempi semplici, ma indicano una direzione precisa: trasformare il souvenir da semplice oggetto di consumo in un ambasciatore del territorio.

Anche le istituzioni possono fare la loro parte

La riflessione riguarda inevitabilmente anche chi ha responsabilità amministrative nel settore del turismo e del commercio.

Promuovere il turismo non dovrebbe significare soltanto aumentare il numero dei visitatori. Significa anche creare le condizioni affinché una parte della ricchezza generata dal turismo possa rimanere sul territorio e produrre effetti positivi sulla comunità.

Informazione, promozione delle produzioni autentiche, spazi dedicati agli artigiani, mercati qualificati, collaborazione con le associazioni di categoria e criteri di sostenibilità negli eventi pubblici sono alcuni degli strumenti attraverso i quali questa visione può diventare concreta.

Cava de’ Tirreni potrebbe valorizzare maggiormente quelle attività che, oltre alla provenienza locale, dimostrano attenzione alla sostenibilità, al lavoro dignitoso, all’inclusione e alla qualità delle produzioni.

Non per creare nuove etichette fini a se stesse, ma per aiutare il visitatore a distinguere ciò che racconta davvero il territorio da ciò che semplicemente ne utilizza l’immagine.

Il souvenir come ambasciatore di Cava

C’è infine un aspetto culturale.

Un souvenir dovrebbe essere qualcosa che, una volta tornati a casa, permetta di ricordare un luogo. Ma perché quel ricordo sia autentico, dovrebbe contenere qualcosa di quel luogo: una materia, una tecnica, un sapore, una storia, una competenza.

La calamita prodotta dall’altra parte del mondo può ricordare che si è stati a Cava de’ Tirreni. Una ceramica realizzata da un artigiano locale o una specialità acquistata da un’attività della città possono invece raccontare qualcosa di Cava de’ Tirreni.

È una differenza piccola solo in apparenza.

Ripensare il souvenir significa, in fondo, ripensare il turismo. Significa chiedersi se il visitatore debba semplicemente consumare un luogo oppure se le sue scelte possano contribuire a conoscerlo, rispettarlo e sostenerlo.

E significa anche interrogarsi su quale tipo di filiera incoraggiare: una filiera locale capace di valorizzare le proprie radici e, progressivamente e per quanto possibile, di prestare attenzione anche alla sostenibilità, alla qualità del lavoro, all’equità e all’inclusione.

Perché il valore di una città turistica non si misura soltanto da ciò che riesce a far vedere al visitatore.

Si misura anche da ciò che riesce a far vivere, produrre e valorizzare alla propria comunità.

Il vero souvenir, allora, non dovrebbe essere soltanto quello che il visitatore porta via con sé.

Dovrebbe essere anche il valore che lascia a Cava de’ Tirreni.

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso umano. Fin dal 1980 si impegna nell’associazionismo ambientalista, muovendo i primi passi nel M.A.P.A.N. (Movimento Anticaccia Protezione Animali Natura), con cui promuove campagne di sensibilizzazione contro la strage dei cuccioli di foca destinati all’industria delle pellicce. Il suo impegno civile si amplia con iniziative di respiro internazionale, tra cui la raccolta firme a sostegno della candidatura di Nelson Mandela al Premio Nobel per la Pace. Per quasi un decennio dedica tempo ed energie alla tutela dei cani abbandonati, collaborando con un ricovero situato tra Vietri sul Mare e Molina, occupandosi dell’assistenza agli animali e della sensibilizzazione sul tema del randagismo. Parallelamente porta avanti un percorso politico locale, diventando consigliere della Prima Circoscrizione di Cava de’ Tirreni nella Lista Verde Alternativa, con un’attenzione particolare alla tutela ambientale e alla partecipazione civica. La sua vocazione per uno stile di vita sostenibile si traduce anche in un progetto imprenditoriale: è cofondatore de L’Orto Biologico, negozio specializzato in alimenti biologici che da quasi quarant’anni promuove un’alimentazione sana, il consumo consapevole e il rispetto dell’ambiente.

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