scritto da Gennaro Pierri - 29 Settembre 2026 12:04

Quarant’anni: a cosa serve una Chiesa?

Una diocesi è, prima di tutto, un modo di dire: noi apparteniamo gli uni agli altri. Ed è proprio questa parola “appartenenza” a diventare interessante in una società nella quale apparteniamo a tutto e, forse, sempre meno a qualcuno

cava duomo chiesa
foto Christopher Spatuzzi

Il 30 settembre 1986 Amalfi e Cava de’ Tirreni divennero una sola Arcidiocesi. Due storie antiche, due territori diversi (la costa d’Amalfi e la Valle Metelliana) , due modi di abitare la stessa terra. Da allora sono passati quarant’anni.

Abbastanza per ricordare molte cose. Non abbastanza per smettere di farsi domande. Perché una diocesi non è un confine sulla carta. E nemmeno una somma di parrocchie, campanili, uffici, celebrazioni. Una diocesi è, prima di tutto, un modo di dire: noi apparteniamo gli uni agli altri. Ed è proprio questa parola “appartenenza” a diventare interessante in una società nella quale apparteniamo a tutto e, forse, sempre meno a qualcuno. Abbiamo centinaia di contatti e poche persone da chiamare davvero. Sappiamo che cosa succede dall’altra parte del mondo e qualche volta non ci accorgiamo di chi soffre nella stanza accanto. Ci incontriamo continuamente, ma facciamo sempre più fatica a sentirci parte di qualcosa. Per questo i quarant’anni dell’Arcidiocesi non riguardano soltanto la Chiesa. Riguardano una società che ha bisogno di luoghi nei quali le differenze non diventino immediatamente motivo di separazione. Amalfi e Cava non sono diventate uguali. E forse è proprio questa la parte più interessante della storia.

L’unità vera non cancella le differenze: insegna a non averne paura. Ma l’anniversario pone una domanda anche alla Chiesa, e forse è la domanda più seria. A che cosa serve una Chiesa oggi? Non basta rispondere: a celebrare, educare, assistere, conservare una memoria. Tutto questo è importante. Ma una Chiesa è davvero necessaria quando riesce a fare una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria: far sentire una persona meno sola dentro il mondo. Un ragazzo che non sa più che cosa farsene delle parole sulla fede. Una famiglia che vive una fatica che nessuno vede. Un anziano che ha perso non soltanto qualcuno, ma anche un posto nel mondo. Una persona venuta da lontano che abita qui senza sentirsi ancora “di qui”. Forse i prossimi quarant’anni cominciano proprio da loro. Non dalle celebrazioni più solenni, ma da una porta che si apre. Da qualcuno che ascolta. Da una comunità che smette per un momento di chiedersi quante persone siano venute e comincia a domandarsi chi non abbiamo ancora incontrato. Quarant’anni, allora, non sono soltanto una memoria da custodire. Sono una casa da riaprire. E la domanda più bella, forse, non è che cosa abbiamo fatto in questi quarant’anni.

È questa: se domani questa Chiesa non ci fosse più, che cosa mancherebbe davvero alla nostra terra?

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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