L’importanza attuale della lezione di Gurnah: la condizione dell’esule e il bisogno di casa

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Abdulrazak Gurnah è il romanziere Premio Nobel per la Letteratura 2021, proclamato lo scorso ottobre dall’Accademia svedese “per la sua intransigente e profonda analisi degli effetti del colonialismo e del destino del rifugiato tra culture e continenti”.

Quando in Italia è giunta la notizia, lo scrittore era praticamente sconosciuto soprattutto perché l’unica casa editrice ad aver pubblicato alcuni suoi titoli era stata Garzanti, circa 20 anni fa, e da allora le sue opere non erano mai state ristampate né tanto meno sono giunti mai alla stampa i romanzi più recenti. Le copie dei libri editi da Garzanti sono praticamente introvabili, eccetto che in qualche Biblioteca (ne ho contate una decina), sparsa per l’Italia.

Dopo la nomina, Gurnah fortunatamente è tornato nelle librerie italiane grazie alla casa editrice La nave di Teseo che ha pubblicato dapprima “Sulla riva del mare” nel mese di dicembre 2021, “Paradiso” in vendita dal 24 febbraio 2022 e pubblicherà nei prossimi mesi gli altri otto romanzi dell’autore.

La motivazione del Nobel sembra di tipo più politico che letterario ma, a ben guardare, la sua scrittura ha tutte le caratteristiche della Letteratura con la L maiuscola, scaturisce da una esigenza profonda, l’urgenza di raccontare la condizione umana dell’esule.

Non a caso, lo scrittore stesso ha raccontato in una intervista che l’idea di parlare del trattamento dei rifugiati nei tempi contemporanei da cui scaturì per “By the sea” non è partita dalla sua esperienza personale (tra l’altro lui è un Professore di Letteratura nel Regno Unito dove vive da quando aveva 18 anni) bensì scattò nel 1997 quando il Regno Unito fu interessato dall’arrivo di migliaia di profughi Rom dalla Repubblica Ceca.

L’originalità della scrittura di Gurnah è nella grandezza della pietas, non c’è compassione manierata nella narrazione ma compartecipazione al dramma dell’essere umano che accomuna ogni uomo, a prescindere dal dramma post-coloniale che racconta. Il tema della alienazione, del bisogno di casa e di appartenenza è un tema che accomuna tutti gli uomini e che per questo ognuno di noi può comprendere.

In “Sulla riva del mare”, l’uomo dei controlli che incontra il protagonista, Rajab Shaaban, gli chiede “Signor Shaaban, perché vuole far questo, un uomo della sua età?”. Shaaban è in effetti un uomo che ha superato la sessantina, viene da Zanzibar e sul suo passaporto, falso, non ha un visto di ingresso regolare. Ha anche un nome falso perché in realtà si chiama Saleh Omar. Perché scappa? Da cosa scappa? E soprattutto “A quale età si dovrebbe smettere di temere per la propria vita? O di voler vivere senza paura?”

Shaaban lascia Zanzibar dopo una vita nella quale aveva già visto tutto, le ingiustizie, le menzogne, le sopraffazioni, anche la prigione, e lo fa perché non ce la fa più, ha sopportato tutto e no è cambiato niente, non si sente più figlio di quella terra, si scopre alieno in casa propria, e allora, tanto vale lasciare tutto, se qualcosa resta, e cercare una nuova possibilità di vita.

Eppure alle spalle si lasciano le proprie radici, il proprio mondo, e l’arrivo in una terra sconosciuta, per quanto possa essere accogliente, non può risultare semplice. Shabaan parla e comprende bene l’inglese eppure finge di non capire, dice solo “rifugiato” e “asilo”, qualcuno gli ha consigliato di fare così, chissà come mai, ma sente che il consiglio è giusto o, se non proprio giusto, vale la pena seguirlo. Ciò che prova è diffidenza, paura, smarrimento. Ha lasciato una casa che non era più tale ma il posto dove arriva non gli sembra meno ostile, quantomeno strano nel senso di estraneo, straniero, altro da sé.

La barriera più difficile da superare è il silenzio e, peggio ancora, l’incomprensione.

Nel Regno Unito, il Paese nel quale Shabaan chiede asilo, egli ritrova Latif Mahmud, figlio del suo acerrimo nemico. Fino a quel momento il loro rapporto era fatto degli stessi silenzi, delle stesse incomprensioni, da ciò erano dipesi decenni di beghe familiari, spicciole, ma che avevano finito per distruggere la vita di Saleh e del padre di Latif.

Anche Latif ha cambiato non solo paese ma anche il proprio nome. In entrambi, nasce una seconda identità, nessuno dei due è più quello di prima. È per questo che i due, incontrandosi di nuovo, non provano più rancore o rabbia, anche se ognuno percepisce nei confronti dell’altro la stessa diffidenza reciproca dell’esule, sono come due isole, due numeri primi, non c’è contatto tra loro.

La chiave di volta è nel superamento di questa diffidenza, possibile solo attraverso il dialogo. Shaaban e Latif, conterranei, hanno per decenni parlato due lingue diverse, è solo nel loro cambiare pelle e vita che essi riescono a capirsi, ad interpretare il passato, a perdonare i torti, e a sentirsi finalmente a casa.

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