scritto da Gennaro Pierri - 07 Ottobre 2026 08:10

Andare a fondo senza appartenere al fondo

Affondare comincia quando trasformiamo ciò che ci accade in ciò che siamo. Andare a fondo, invece, significa separare le due cose: questo dolore mi attraversa, ma non mi definisce; questa sconfitta parla di un momento, non pronuncia una sentenza

Sto preparando questo articolo quando sul telefono compare un messaggio. È uno dei miei alunni.

“Prof, andare a fondo è il contrario di affondare. Volevo condividere con voi questo pensiero ripensando alla lezione di oggi”.

Resto con il pollice sospeso sullo schermo. Ci sono frasi che chiedono una risposta e frasi che ti tolgono il diritto di rispondere subito. Questa è una di quelle.

Andare a fondo e affondare sembrano quasi la stessa cosa. Stessa direzione: giù. Eppure tra i due verbi passa un’intera educazione alla vita. Chi affonda viene trascinato. Chi va a fondo sceglie di scendere. Il primo perde il respiro; il secondo cerca ciò che dalla superficie non si vede. Non è una differenza di profondità, ma di governo: puoi stare appena sotto il pelo dell’acqua ed essere già in balia di tutto, oppure attraversare una domanda dolorosa senza consegnarle le chiavi di casa.

Forse il nostro errore è credere che salvarsi significhi tornare subito a galla. È ciò che ci vende il mercato: vite senza attese, risposte senza ricerca, rapporti senza fatica, pensieri già masticati. Persino il dolore deve sbrigarsi. Se dura, ci sembra difettoso. Abbiamo inventato mille sistemi per non affondare e, intanto, stiamo perdendo la capacità di andare a fondo. A scuola lo vedo spesso. Un ragazzo non capisce e si sente incapace; riceve un brutto voto e pensa di essere quel voto; una relazione finisce e crede che sia finito anche il proprio valore.

Affondare comincia quando trasformiamo ciò che ci accade in ciò che siamo. Andare a fondo, invece, significa separare le due cose: questo dolore mi attraversa, ma non mi definisce; questa sconfitta parla di un momento, non pronuncia una sentenza. Il fondo, allora, non è sempre il luogo dove si muore. Talvolta è l’unico punto abbastanza fermo da cui darsi una spinta.

Ho riletto il messaggio del mio alunno e mi sono chiesto: ma noi adulti, quando diciamo ai ragazzi di “imparare a stare a galla per sapere nuotare”, li stiamo davvero salvando oppure stiamo insegnando loro ad avere paura di ogni profondità?

 

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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