Il giorno in cui abbiamo smesso di dire “domani”
Abbiamo chiesto ai ragazzi di credere nel domani mentre noi abbiamo smesso di piantare gesti che lo rendano possibile
I miei nonni erano agricoltori e piantavano alberi sapendo di non vederli cresciuti. Mi piace pensare che facendolo pensavano: i frutti li mangeranno i nostri figli e i nostri nipoti. Non stavano facendo un investimento. Non stavano nemmeno facendo un gesto poetico. Stavano praticando una forma di fiducia che oggi ci risulta quasi incomprensibile: lavorare per qualcosa che non ti appartiene e che non vedrai.
Nessun ritorno, nessuna verifica, nessuna soddisfazione immediata. Solo il tempo, e un gesto ripetuto.
Mi è venuta in mente questa cosa ascoltando qualche alunno di quinta parlare del suo futuro. Non diceva che aveva paura. Diceva una cosa piu strana: “Non ci penso”. Non “non mi interessa”, non “non so cosa voglio fare”. Proprio: non ci penso. Come si evita una stanza della casa in cui si sa che c’e qualcosa di scomodo. E mentre lo diceva, sorrideva: ed è quel sorriso che mi ha fatto piu male, perche era sincero. Qui di solito scatta il commento pronto: i giovani non hanno piu speranza, sono disillusi, non credono piu in niente. Non credo che sia la verita. Credo che sia quasi il contrario, e che sia molto peggio. Il problema non è che i ragazzi non abbiano speranza. É che noi adulti abbiamo smesso di averne in loro. E la differenza si vede, perche la prima la si può ancora accendere, la seconda la si può solo confessare.
Abbiamo trasformato il futuro in un problema di gestione. Orientamento, competenze, mercato del lavoro, percorsi personalizzati, statistica delle probabilità. Tutto utile, tutto ragionevole. Ma dentro questa macchina perfetta non c’è piu nessuno che pianta un albero sapendo di non vederlo. Non c’e piu un adulto disposto a scommettere su qualcuno senza garanzie. Noi chiediamo ai ragazzi di avere fiducia nel domani mentre per primi abbiamo smesso di investire in loro senza condizioni. Vogliamo che credano in sè stessi, ma li guardiamo con gli occhi del selezionatore: prestazione, potenziale, probabilità di riuscita. Chiediamo coraggio a chi non abbiamo mai mostrato di essere disposti ad aspettare.
C’è poi un secondo inganno, più sottile. Continuiamo a dire ai ragazzi che il futuro è nelle loro mani, che dipende da loro, che stà a loro costruirlo. Sembra un incoraggiamento. In realta è un trasferimento di responsabilità. Perchè se il domani dipende tutto da te, allora anche il tuo fallimento dipende tutto da te. E allora l’ansia non nasce dal futuro: nasce dall’idea che nessuno verrà a prenderti se sbagli.
Un ragazzo che sa di essere atteso senza condizioni può rischiare. Uno che sa di essere valutato non può permetterselo. Ed è per questo che una domanda interessante non è cosa diciamo ai ragazzi del domani. É se, guardando come viviamo oggi, c’è qualcosa in noi che valga la pena di raggiungere.
I miei nonni non hanno mai saputo se qualcuno avrebbe mangiato quei fichi, ma hanno piantato lo stesso. Mi chiedo se siamo ancora capaci di fare un gesto così: gratuito, lento, non verificabile, e per questo forse l’unico davvero capace di aprire il futuro.







