INTERVISTA SULLA CITTA’ Filippo Durante: “Cava è quasi un personaggio in cerca d’autore”

0
172

Avvocato civilista, iscritto al Foro di Roma dove vive da alcuni anni, il giovane Filippo Durante, cavese doc, si è diplomato al Liceo Classico “Marco Galdi” di Cava con il massimo dei voti per poi laurearsi con lode a Roma presso la facoltà di giurisprudenza della LUISS Guido Carli. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca all’Università «La Sapienza» in diritto civil-romanistico, seguito dal professore Guido Alpa. E’ autore di due monografie, “Intermediari finanziari e tutela dei risparmiatori”, per l’editore milanese Giuffré,  “Associazioni temporanee di imprese e negozi collegati nel Codice dei Contratti Pubblici”, per l’editore torinese Giappichelli. Cura l’aggiornamento dei capitoli su imprese e società del volume “Istituzioni di Diritto Privato”, a cura del professore Mario Bessone, di cui è allievo. Da qualche anno ha aperto uno studio legale nel Ghetto Ebraico di Roma. Filippo Durante è, insomma, un trentenne di successo e un cavese che rende onore alla sua città, nella quale puntualmente ritorna per non perdere il contatto con la sua famiglia, gli amici e l’aria della valle metelliana.

Quali sono a suo avviso i punti di forza della città? 

La dimensione umana, rara in uno spazio urbano, che si respira. Vi influisce anche la particolare conformazione urbanistica, con un centro relativamente piccolo, attorniato a raggiera da tante frazioni. Ciò consente a Cava di essere un Giano bifronte: ha la fisionomia di una città, peraltro inserita in un contesto metropolitano, ma non presenta periferie degradate e conserva lo spirito di solidarietà che connota i paesi.

Inoltre, il sentimento di appartenenza. Mi impressiona il numero delle imprese industriali e commerciali che omaggiano Cava persino nelle ragioni sociali e denominazioni. Sarebbe utile, tuttavia, che questo spiccato orgoglio identitario si esprimesse anche in forme meno effimere.

Anche altri sono i punti di forza: la vitalità e l’ospitalità dei suoi abitanti; l’esistenza di un corposo ceto medio borghese; la qualità della vita; lo spirito di comunità; la coesione sociale. E ancora:la collocazione geografica strategica; la presenza di un elegante corso porticato, vivace agorà della polis; l’imperturbabilità; quell’“aria di sopravvivenza signorile” che Giuseppe Prezzolini così bene seppe descrivere.

Sono consapevole di essere in controtendenza, ma tra le note positive aggiungo il senso civico, che deriva anche da un controllo sociale diffuso. Forse questa mia impressione è viziata dal fatto che vivo in una città – Roma – in cui si registra, sotto questo profilo, un’evidente decadenza. L’esperienza della capitale insegna che troppa indulgenza, perfino in materia di decoro urbano, rischia di determinare un arretramento irreversibile dei costumi, oltre che un disfacimento dell’etica pubblica.

E i punti deboli?

Alcuni punti deboli sono comuni ad altre realtà, soprattutto del Sud: la forte disoccupazione, con l’emigrazione di molti giovani e l’invecchiamento della popolazione residente; una certa tendenza al borbottio e alla sterile lagnanza; l’abitudine a perpetuare pratiche che, soprattutto in ambiti lavorativi, determinano l’irrobustimento di rendite di posizione; una eccessiva duttilità dei comportamenti, che in certi frangenti trascolora in faciloneria o approssimazione.

Altre criticità sono peculiari: la mancanza di un comprensorio di comuni che graviti attorno alla città e, dunque, l’autoreferenzialità; l’assenza di una chiara identità economica; una concezione della tradizione come “imbalsamazione” e, dunque, come prigione; la pratica diffusa del chiacchiericcio, del pettegolezzo, dell’inciucio; l’illusione di essere migliori, che spesso si traduce in hybris; una malcelata attitudine alla malevolenza, o quantomeno alla diffidenza, verso i concittadini che emergono. 

In prospettiva cosa serve alla città per crescere?

Avere chiaro cosa vuole fare da grande. Scegliere quale connotazione economica principale assumere, ponendo così fine alla sua aporia.

Infrangere dei tabù. Ad esempio, avviare un confronto sulla fuoriuscita dal Piano Urbanistico Territoriale. Possono esserci altre forme – connotate da minore fariseismo – per contemperare l’inderogabile tutela del paesaggio con le esigenze della città. Alcuni fenomeni di urbanizzazione sregolata, registratisi negli anni sessanta e settanta,non possono rappresentare un alibi per rinunciare tout court alla pianificazione urbanistica o per rimandare sine die un dibattito serio sul governo del territorio.

Non attardarsi, come Don Chisciotte, in battaglie perse. Accreditarsi per ottenere delle “compensazioni”, a fronte dell’assenza di un Tribunale, di un grande ospedale, di una stazione ferroviaria rilevante. Aspirare ad altre infrastrutture comprensoriali.

Sottrarsi a uno scenario da “solitudine dei numeri primi”, ovvero interfacciarsi con ingegno alle aree vicine. Accreditarsi come città di servizi, a beneficio della Costiera Amalfitana, ma anche del territorio che va da Nocera Superiore a Castel San Giorgio. Esplorare, sotto tale veste, nuove possibili forme di sviluppo: penso, ad esempio, alla possibilità di offrire alla ceramica di Vietri o alle alici di Cetara prestigiose vetrine espositive. Allacciarsi alla metropolitana leggera di Salerno. Riprendere la stagione delle opere pubbliche. Coinvolgere in un progetto di città la Badia, a volte percepita come un corpo estraneo.

Evitare che i propri punti di forza si tramutino in elementi di fragilità: che l’attaccamento alle proprie radici provochi arroccamento; che il senso di appartenenza divenga chiusura campanilistica; che l’essere un’area urbana a misura d’uomo sfoci in provincialità; che la tranquillità appassisca in sonnacchiosa indolenza; che l’omogeneità sociale (il fatto di essere una “comunità di similarità”) si tramuti in paura della diversità e delle novità, in un ostacolo alla polifonia delle esperienze.

Innovare nel rispetto della storia, ancelottianamente. Ad esempio, per quanto concerne le manifestazioni folcloristiche, ricercare un bilanciamento tra la fedeltà alla tradizione (propugnata generosamente, ma troppo gelosamente, da tanti appassionati) con le esigenze di attrattività. Ho l’impressione che, non solo in questo settore, le sperimentazioni siano talvolta percepite con aprioristica ostilità. E che la tradizione sia considerata come una massa di granito inscalfibile.

Ritagliarsi una nicchia. E’ un peccato che alcune iniziative culturali degli anni passati, benché pionieristiche, non abbiano trovato continuità. Penso, ad esempio, alla mostra sul costume di scena o al festival del cinema invisibile. Bisognerebbe avere l’intelligenza di non farsi la guerra,l a pervicacia per superare le fasi buie, la capacità di fare rete. La mobilitazione che ha salvato il festival “Le Corti dell’Arte” è un incoraggiante segnale di maturità.

Non sopravvalutare il ruolo dell’Amministrazione comunale. Il Comune è un soggetto importante, ma ci sono altri attori che possono e debbono contribuire alla crescita della città. A me sembra, invece, che il dibattito pubblico a Cava sia avvitato solo sul Palazzo di città.

Una cosa che su tutto lei ritiene sia per la città una piaga da curare, un male da debellare?

Una certa inclinazione a nascondere la polvere sotto al tappeto. E’ un atteggiamento che ha un retroterra ammirevole (l’amor proprio), ma che determina il rischio di farsi trovare con gli occhi bendati di fronte ai problemi (dallo spaccio di droga all’usura). La criminalità alligna meglio in ambienti che si beano, in maniera autoconsolatoria, di esserne immuni. La presa di coscienza, da questo punto di vista, è come un vaccino.

Guardando oggi la città, cosa vorrebbe che tornasse dal passato?

Vorrei che del passato tornasse l’aspettativa a restare. Ricordo un’assemblea d’istituto, al liceo classico. La preside invitò noi studenti a riflettere sul fatto che in futuro saremmo divenuti classe dirigente della città. Non è andata così. La gran parte di noi è emigrata. Certo, il fenomeno della desertificazione giovanile non si risolve a Cava. Eppure, spesso mi sono trovato a immaginare come sarebbe diverso se vivessimo ancora tutti lì.

Inoltre, mi piacerebbe che si ricreasse una stagione di fermento sociale. Per fortuna, i centri di aggregazione sono tanti. Anzi, ammiro il grado di partecipazione e di civismo che tuttora caratterizza la città: in poche altre realtà, un numero così elevato di persone dedica tanto tempo all’impegno nella dimensione pubblica. Dall’esterno ho l’impressione, tuttavia, che non vi sia più, dal punto di vista qualitativo, quel clima vivace ed effervescente -di passione civile ed elaborazione culturale- che si respirava un tempo.

E del presente cosa salverebbe?

Anche in questo caso, sono eterodosso. Salvo la movida. Quello della ristorazione e dell’intrattenimento è un settore che crea posti di lavoro, produce economia, genera indotto, valorizza posti incantevoli come il Borgo Scacciaventi. E’ il termometro di una città dinamica, che intercetta le tendenze.

La sfida, tuttavia, non sarà solo quella di reggere l’impatto del confronto con Salerno, una volta che quest’ultima si doterà di nuovi parcheggi. Occorrerà soprattutto: inventarsi soluzioni originali, che consentano ai tanti locali di competere verso l’alto, sul piano dell’offerta culturale e non solo sul crinale della frivolezza; trovare un contemperamento degli interessi ragionevole con le esigenze di chi vive nelle zone in cui si concentra il by-night; tenere lontana la malavita; evitare l’omologazione e ancor più l’ipertrofia di bar, diversificando l’offerta in maniera sagace.

Cosa invece butterebbe del passato e anche del presente?

Quella che chiamo la sindrome dei cento metri.

Vale a dire, l’attitudine a ritenere che tutto il mondo si concentri nel breve tratto di strada che conduce dal Palazzo di Città alla piazza del Duomo.

Ad un politico che si accingesse a governare Cava lei quale consiglio, suggerimento, indicazione darebbe? 

Essere consapevole della complessità. Avere la lungimiranza di immaginare Cava fra trenta o quaranta anni. Analizzare e importare le best practices di altre esperienze amministrative. Rapportarsi in maniera proficua con le intelligenze della città. Anteporre gli interessi meta-individuali a quelli personali e di consorteria. Non farsi risucchiare dalle sabbie mobili del consenso elettorale spicciolo, dall’alibi della burocrazia, dalla tentazione di utilizzare il palcoscenico pubblico come vetrina professionale.

Da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco, Cava ha avuto la capacità di investire della carica cinque primi cittadini di altissimo spessore. L’auspicio è che in futuro vengano selezionati con altrettanta attenzione anche i componenti delle liste. Di converso, sarebbe una vera sciagura eleggere un sindaco che non avesse un’autorevolezza e una moralità paragonabile ai predecessori. 

E agli attuali amministratori comunali quale consiglio, suggerimento, indicazione si sentirebbe di dare?

Ho apprezzato il tentativo dell’attuale sindaco di creare un vivaio di giovani. Come nel calcio, un progetto del genere ha bisogno di tempo per produrre risultati. Esso, tuttavia, necessita anche di maggiore umiltà da parte di alcuni interpreti (oltre che di una visione comune e intelligibile: in altri termini, di un progetto di città, magari di ampio respiro).

In una stagione politica senza partiti ideologici, ha ancora senso dirsi di destra, di centro o di sinistra? Se sì, cosa significa per lei essere di sinistra, di centro e di destra?

Sono categorie politiche ancora sussistenti, anche se – soprattutto per fattori esogeni, legati all’evoluzione della società – non possono più essere declinate nella maniera novecentesca. La difficoltà nel calibrare i valori di riferimento alle nuove sfide (penso, ad esempio: al conflitto tra la povertà su scala globale e la povertà su scala nazionale; all’extraterritorialità del potere; alla sopravvenuta inadeguatezza della politica) ha determinato sbandamenti, contraddizioni, contaminazioni.

Nella sinistra permane una forte sensibilità nei confronti delle ragioni degli ultimi, che si traduce (talvolta in maniera ingenua) in istanze egualitariste. La destra ha mantenuto un profilo di tradizionalismo, anche valoriale, riesumando (credo illusoriamente) sollecitazioni identitarie. La maggior parte delle forze parlamentari sono di centro (di centrodestra o centrosinistra), considerando quest’area politica come quella che cerca bilanciamenti di interessi differenti a seconda del contesto. In questo rimescolamento è stato astuto il Movimento Cinque Stelle a farsi percepire, sia pure in maniera ambigua, come epifania (post-ideologica o aideologica) di un supposto superamento delle suddette categorie politiche.

In un’epoca come questa in politica contano più gli uomini o i programmi e le idee?

Purtroppo, ho l’impressione che oggi conti soprattutto la comunicazione politica, se non addirittura la propaganda. Per quanto riguarda le mie scelte, nell’amministrazione di una città, rileva maggiormente il profilo degli uomini. Le diverse sensibilità politiche sono, per me, preponderanti nelle scelte che trascendono l’ambito cittadino. Sono abbastanza disilluso in merito alla reale utilità dei programmi, soprattutto quando si tramutano in libri dei sogni e non tengono conto dei vincoli esterni cui è assoggettata oggi la politica.

Un’ultima domanda. Per definire Cava quali sono l’aggettivo qualificativo e/o il sostantivo che utilizzerebbe? E perché?

Peculiare. Non è un caso se Domenico Rea pose l’accento proprio su uno dei tratti che rendono originale la città, definendola “la più nordica del sud”.

Cava, tuttavia, è anche parzialmente irrisolta. Da questo punto di vista, è quasi un personaggio in cerca d’autore. (foto Vincenzo Giaccoli)

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.