scritto da Guglielmo Scarlato - 27 Giugno 2026 17:14

Una legge elettorale che divide tutti: la maggioranza si incrina, l’opposizione protesta ma dimentica il passato

Premio di maggioranza, liste bloccate e premier sulla scheda: una riforma che impoverisce la democrazia, mentre nessuno sembra davvero disposto a restituire agli elettori il diritto di scegliere

C’è qualcosa di paradossale nel dibattito sulla nuova legge elettorale. La maggioranza che l’ha concepita si presenta in Aula in ordine sparso, con la Lega assente persino simbolicamente dai banchi di Montecitorio, quasi a voler prendere le distanze da una riforma percepita come la “legge Meloni”.

L’opposizione, al contrario, occupa la scena con interventi durissimi, evocando la legge Acerbo del 1923, la Legge Truffa del 1953, denunciando un «colpo di Stato mite» e uno «strappo alla Costituzione». Eppure, osservando con un po’ di memoria storica le vicende degli ultimi vent’anni, emerge una sensazione meno rassicurante: nessuno sembra avere davvero le mani del tutto pulite.

La proposta in discussione presenta aspetti che destano effettiva preoccupazione. L’indicazione del candidato premier sulla scheda appare come un tentativo di introdurre per via surrettizia un principio di investitura popolare del capo del governo che la Costituzione non conosce e che inciderebbe, almeno sul piano politico, sulle prerogative del Presidente della Repubblica. Il premio di maggioranza predeterminato rischia inoltre di amplificare in modo eccessivo il consenso di una forza politica o di una coalizione, consentendo a una minoranza relativa nel Paese di trasformarsi in una solida maggioranza parlamentare.

Ma il nodo più problematico rimane quello delle liste bloccate. Ancora una volta il cittadino sarebbe chiamato a scegliere soltanto un simbolo, mentre i nomi degli eletti verrebbero decisi dalle segreterie dei partiti. Il Parlamento continuerebbe così ad essere composto in larga misura da nominati più che da rappresentanti scelti dagli elettori.

Su questo punto le critiche dell’opposizione colgono certamente un problema reale, ma rischiano di apparire talvolta poco convincenti. Le liste bloccate non sono una novità introdotta dall’attuale maggioranza. Sono state accettate, utilizzate e difese in diverse stagioni politiche anche da forze che oggi le denunciano come una lesione della democrazia rappresentativa. Il cosiddetto Porcellum vide il consenso di gran parte delle forze parlamentari dell’epoca; il Rosatellum, tuttora vigente, pur prevedendo collegi uninominali, ha mantenuto ampie quote di candidature bloccate. E in molte occasioni, quando si è trattato di restituire integralmente agli elettori il potere di scegliere i propri parlamentari attraverso preferenze o collegi realmente contendibili, l’entusiasmo riformatore si è affievolito.

Questa constatazione non attenua le criticità della riforma attuale, ma invita a guardare con maggiore equilibrio alle posizioni in campo. La maggioranza appare attraversata da tensioni evidenti: la Lega teme di essere penalizzata dalla scomparsa dei collegi uninominali proprio nel momento in cui attraversa una fase di difficoltà elettorale; Forza Italia manifesta riserve sulle preferenze; Fratelli d’Italia difende il progetto ma lascia trapelare aperture che sembrano più dettate dalla comunicazione politica che da una reale volontà di modifica.

L’opposizione, dal canto suo, è unita nel respingere il testo, ma meno compatta quando si tratta di indicare un modello alternativo. C’è chi vorrebbe un sistema proporzionale puro, chi insiste sul maggioritario, chi difende le preferenze e chi, in passato, non ha esitato a beneficiare dei vantaggi offerti dalle candidature blindate. Si ha quasi l’impressione che le virtù del sistema elettorale cambino a seconda della convenienza del momento.

Eppure una democrazia matura dovrebbe riuscire a sottrarre le regole del gioco alla contingenza politica. Le leggi elettorali dovrebbero essere pensate non per favorire chi governa oggi o chi spera di governare domani, ma per garantire nel tempo due principi essenziali: la governabilità e la rappresentanza.

La prima è importante, perché un Paese ha bisogno di esecutivi stabili e capaci di decidere. La seconda è però il fondamento stesso della legittimazione democratica. Quando gli elettori percepiscono di non poter scegliere realmente i propri rappresentanti, cresce la distanza dalle istituzioni, aumenta l’astensionismo e si indebolisce il legame di fiducia tra cittadini e politica.

Forse il problema più grande della discussione in corso non è soltanto il contenuto della riforma, ma il fatto che quasi nessuna forza politica sembri disposta a rinunciare al potere di nominare i propri parlamentari. Ed è difficile non pensare che, dietro le accuse reciproche e le indignazioni di giornata, si nasconda una verità scomoda: molti invocano il ritorno della sovranità degli elettori quando siedono all’opposizione, ma la dimenticano non appena si avvicinano al governo.

Finché questo atteggiamento non cambierà, ogni nuova legge elettorale rischierà di apparire meno come un patto tra cittadini e istituzioni e più come un accordo tra classi dirigenti preoccupate, soprattutto, di preservare se stesse.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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