Quando la politica diventa autobiografia
Se il racconto di sé diventa parte integrante dell’esercizio del potere, una domanda sorge spontanea: ma quando governano?
Silvia Salis, 40 anni, sindaca di Genova da poco più di un anno, pubblicherà una autobiografia e la presenterà (manco a dirlo) da Fabio Fazio. La notizia, in sé, non è nemmeno così sorprendente.
Da qualche infausto decennio, il libro è diventato una tappa quasi obbligata della carriera politica. Si indebolisce la capacità di incidere sulla realtà, aumenta il bisogno di costruire una narrazione di sé.
Giorgia Meloni con Io sono Giorgia, spiegava di aver deciso di scrivere perché aveva visto “troppa gente parlare di me e delle mie idee” e voleva quindi “raccontare in prima persona chi sono”. Oggi Silvia Salis sceglie la stessa forma narrativa: l’autobiografia. È significativo che il genere privilegiato non sia più il manifesto politico, bensì il racconto di sé.
È il passaggio , o meglio il decadimento, che va dall’idea al personaggio.
Tra le mie estati più brutte, quella di due anni fa con un vicino di ombrellone insopportabile che leggeva l’autobiografia di Marcucci. Ma ve lo ricordate Marcucci?
Il punto, però, non è il libro.
Il punto è che la politica contemporanea sembra aver smesso di aspettare il giudizio della storia.
Senza dover risalire a La vita dei Cesari di Svetonio o Vite parallele di Plutarco, la biografia (da sempre) arrivava alla fine. Era il momento in cui qualcun altro provava a ricostruire una vita, un’azione pubblica, un’eredità politica, l’impronta lasciata sul proprio tempo. Oggi accade il contrario: il protagonista racconta se stesso mentre la storia è ancora in corso. Anzi… quando deve ancora davvero cominciare.
Hannah Arendt scriveva che la politica è il luogo dell’azione e che il significato dell’azione emerge soltanto quando può essere raccontata nel tempo. Non durante il suo svolgimento, ma dopo, perché è la distanza a permettere il giudizio.
Io, più prosaicamente, aggiungo che il problema è un altro: ma quanto tempo libero ha questa gente? (e scelgo proprio di scriverla così questa domanda).
C’è una serie tv su Netflix, The Diplomat, la cui protagonista (la bravissima Keri Russell) è l’ambasciatrice americana a Londra. Sempre spettinata, mai vestita in maniera vistosa. Quando cercano di farle una acconciatura, risponde che i capelli sono puliti ma non li vuole troppo pettinati o messi in piega per non dare l’idea di avere tempo da dedicare al parrucchiere.
Poi apri Instagram e vedi parlamentari che ci raccontano la loro preparazione per correre la maratona. Ma avete idea di quanto tempo ci voglia a preparare una maratona? È un tempo che pochi lavoratori e soprattutto poche lavoratrici hanno.
Il tempo è la risorsa più preziosa della politica. E chi ricopre una funzione pubblica comunica anche attraverso il modo in cui mostra di impiegarlo. Quando un amministratore dà l’impressione di poter dedicare una parte rilevante delle proprie energie alla costruzione del proprio personaggio, inevitabilmente sorge una domanda: quanto spazio resta per l’esercizio del potere che gli è stato affidato?
Che immagine restituisce un rappresentante delle istituzioni quando trova il tempo di scrivere un’autobiografia, un romanzo, di preparare una maratona documentandola ogni giorno sui social, di coltivare un’attività editoriale parallela?
Naturalmente nessuno pretende che un sindaco, un ministro o un parlamentare lavorino ventiquattr’ore su ventiquattro. Sarebbe assurdo.
Ma la politica vive anche di simboli.
E il simbolo più potente che un amministratore può trasmettere è quello di essere assorbito dalla responsabilità che gli è stata affidata.
Per questo la questione non è quanto tempo serva per scrivere un libro. La questione è il messaggio implicito.
Perché ogni autobiografia pubblicata mentre si esercita il potere racconta una trasformazione più profonda: il passaggio dalla politica come servizio alla politica come costruzione permanente del proprio personaggio.
Guy Debord, ne La società dello spettacolo, sosteneva che nelle società contemporanee la rappresentazione finisce per sostituire l’esperienza. Viene da chiedersi se qualcosa di simile non stia accadendo anche alla politica: non basta più governare, bisogna raccontare continuamente di stare governando.
Una democrazia matura non ha bisogno di politici che ci raccontino la propria vita (soprattutto se assomiglia ‘Ai miei primi quarant’anni’). Ha bisogno di politici che lascino abbastanza storia perché qualcun altro, un giorno, senta il bisogno di scriverla.







