Trump e Meloni come Napoleone e Talleyrand? Un paragone irriverente, ma non del tutto inutile
Napoleone insultava Talleyrand perché ne temeva l'intelligenza, l'influenza e la capacità di preparare un'alternativa politica. E Talleyrand prendeva le distanze dall'imperatore perché riteneva che il suo smisurato talento militare fosse ormai diventato un pericolo per la Francia e per l'equilibrio europeo
Confesso di aver pensato, con una certa dose di malizia storica, che le recenti baruffe tra Donald Trump e Giorgia Meloni potessero ricordare quelle, infinitamente più nobili, tra Napoleone Bonaparte e Charles-Maurice de Talleyrand.
Il paragone è evidentemente sproporzionato. Da una parte un imperatore che nel giro di pochi anni ridisegnò la carta d’Europa e un diplomatico di genio, capace di attraversare indenne monarchia, rivoluzione, impero e restaurazione; dall’altra due leader democratici che si muovono in un sistema dominato dai cicli mediatici, dai social network e dall’immediatezza della comunicazione.
Eppure qualche analogia esiste.
Napoleone non sopportava che Talleyrand, suo ministro degli Esteri e consigliere ascoltatissimo, avesse maturato la convinzione che le guerre continue avrebbero condotto la Francia alla rovina. Il 28 gennaio 1809, alle Tuileries, davanti a ministri e dignitari dell’Impero, lo investì con una requisitoria violentissima, culminata nell’insulto rimasto celebre: «Siete della merda in una calza di seta».
Ma c’era una differenza sostanziale. Napoleone insultava Talleyrand perché ne temeva l’intelligenza, l’influenza e la capacità di preparare un’alternativa politica. E Talleyrand prendeva le distanze dall’imperatore perché riteneva che il suo smisurato talento militare fosse ormai diventato un pericolo per la Francia e per l’equilibrio europeo.
Lo scontro odierno sembra appartenere a un’altra categoria.
Se è vero che Trump ha descritto Meloni come una leader quasi ansiosa di ottenere una fotografia con lui e che la presidente del Consiglio ha reagito parlando di affermazioni offensive e inventate, allora non siamo di fronte a una divergenza sul destino dell’Occidente o sulla ridefinizione degli equilibri internazionali. Siamo piuttosto davanti a una frattura di fiducia personale, aggravata da una pubblica umiliazione che difficilmente potrà essere dimenticata.
Napoleone e Talleyrand litigavano mentre si decidevano guerre, alleanze e confini. Trump e Meloni sembrano essersi scontrati attorno a un tema assai più contemporaneo: chi debba apparire come protagonista della narrazione politica.
Eppure sarebbe ingiusto liquidare la vicenda come semplice vanità. Per Meloni, presentarsi come subordinata o supplice nei confronti di Washington è incompatibile con l’immagine di leader nazionale che ha costruito in questi anni. Per Trump, invece, la subordinazione simbolica degli alleati sembra costituire parte integrante del proprio modo di esercitare il potere.
Forse, allora, il paragone con Napoleone e Talleyrand va capovolto.
Napoleone umiliò pubblicamente Talleyrand ma continuò a sapere di avere davanti un uomo indispensabile. Talleyrand, dal canto suo, comprese che l’imperatore era diventato ingovernabile e iniziò a preparare il futuro senza di lui.
Se le ferite di questi giorni non si rimargineranno, Giorgia Meloni potrebbe trovarsi nella posizione di dover compiere una scelta analoga: non rompere con Trump, perché l’Italia non può rompere con gli Stati Uniti, ma prendere atto che un rapporto politico fondato sull’affinità ideologica non garantisce necessariamente rispetto personale e affidabilità diplomatica.
Talleyrand, osservando la scena dal suo Olimpo di cinico realismo, forse sorriderebbe appena. E formulerebbe un giudizio severo: un tempo i potenti si insultavano mentre decidevano il destino dell’Europa; oggi rischiano di compromettere relazioni costruite in ottant’anni di alleanza per una frase detta davanti alle telecamere o per una fotografia trasformata in strumento di umiliazione.
Non sempre la storia si ripete. Talvolta, semplicemente, cambia scala. E non sempre in meglio.







