Cava de’ Tirreni, le pietre ricordano. Gli uomini, qualche volta, dimenticano
Una città non è il luogo dove convivono molte persone: è il luogo dove qualcuno si accorge se manchi. E allora capisco che il vero anniversario del 7 agosto non riguarda il passato. Riguarda noi
C’è una cosa che mi affascina ogni volta che attraverso il centro storico di Cava. Le pietre del suo corso porticato. Le calpestiamo senza guardarne una. Eppure sono loro ad aver visto passare tutto. Hanno visto cavalieri e mendicanti, mercanti e vescovi, bambini diventati vecchi, amori giurati sotto i portici e addii consumati in silenzio.
Hanno visto perfino arrivare, il 7 agosto 1394, quel messaggero che portava con sé una pergamena destinata a cambiare il destino di queste terre. Le pietre ricordano. Noi molto meno. Quando si parla della Bolla Salvatoris Nostri, che domani venerdì 7 agosto celebreremo in piazza duomo, ci fermiamo quasi sempre all’evento storico.
Alla nascita della città. Ai privilegi concessi. Alle ricorrenze. Tutto giusto. Ma c’è una domanda che nessuno sembra voler fare. Perché un Papa, nel nostro caso Bonifacio IX si sarebbe dovuto interessare ad una città? Per renderla più potente? Più ricca? Più importante? No. Leggendo quella Bolla ci si accorge di un particolare sorprendente.
L’organizzazione non è mai il traguardo. È soltanto uno strumento. Il vero obiettivo è un altro: dare a una comunità un pastore, un luogo dove spezzare il pane, celebrare i sacramenti, custodire la dignità delle persone. È un’intuizione disarmante. Una città nasce quando qualcuno decide che nessuno deve essere lasciato solo. Noi, invece, abbiamo lentamente cambiato definizione. Oggi diciamo che una città funziona se il traffico scorre, se il turismo cresce, se i locali sono pieni, se il calendario degli eventi è fitto. E guai a pensare che queste cose non contino. Contano eccome. Ma non bastano. Perché esiste un paradosso che stiamo fingendo di non vedere. Più le città diventano efficienti, più rischiano di diventare fragili. Abbiamo eliminato quasi ogni occasione di incontrarci davvero. Entriamo in un supermercato senza parlare con nessuno.
Ordiniamo una cena senza vedere il volto di chi ce la porta. Passiamo un’intera giornata con centinaia di persone attorno e la sera ci scopriamo terribilmente soli. Il mercato ci ha convinti che il problema fosse l’attrito. E se fosse proprio l’attrito a salvarci? Le amicizie fanno attrito. Le famiglie fanno attrito. La fede fa attrito. Perfino una città viva fa attrito, perché ti costringe a uscire da te stesso, a perdere tempo con qualcuno, a fermarti davanti a un volto invece che davanti a una vetrina.
Questo il punto che la Bolla continua a suggerirci, senza alzare la voce.
Una città non è il luogo dove convivono molte persone: è il luogo dove qualcuno si accorge se manchi. E allora capisco che il vero anniversario del 7 agosto non riguarda il passato. Riguarda noi. Perché una città non smette di esistere quando crollano le sue mura. Smette di esistere quando i suoi abitanti non sentono più il dovere di custodirsi a vicenda. Le pietre continueranno a ricordare. La domanda è un’altra. Noi, tra il rumore delle nostre giornate, siamo ancora capaci di ricordare perché una città è nata?








Ho letto con interesse l’articolo di Gennaro Pierri. Pur partendo da una formazione diversa dalla mia, ho ritrovato una domanda che da tempo accompagna anche le mie ricerche sul territorio: che società stiamo costruendo?
L’autore utilizza la storia e un importante documento come la Bolla di Bonifacio IX per riflettere sul significato della comunità. Io percorro una strada diversa: parto dai sentieri, dalle chiese, dai ruderi e dalle memorie viventi. Ma la meta, almeno in parte, mi sembra la stessa.
In un tempo in cui tutto corre veloce, fermarsi a riflettere sul valore delle relazioni umane è già un servizio alla comunità. Per questo ho apprezzato il suo articolo, che non si limita a ricordare un fatto storico, ma invita ciascuno di noi a interrogarsi sul presente e sul futuro della nostra città.
Spero di avere presto l’occasione di conoscere personalmente l’autore e di confrontarmi con lui. Sono convinto che dal dialogo tra punti di vista diversi possano nascere riflessioni utili per tutti.