Rinnovabili, destra e sinistra: due visioni della transizione energetica
Il confronto non è tra chi vuole le rinnovabili e chi le rifiuta. La vera differenza riguarda tempi, mix energetico, ruolo del nucleare, rapporto con il territorio e costi dell’energia
Quando si parla di rinnovabili in Italia, il rischio è ridurre il confronto politico a uno schema troppo semplice: da una parte chi sarebbe favorevole alla transizione energetica, dall’altra chi la ostacolerebbe.
La realtà è più articolata. Oggi nessuno dei principali partiti nazionali propone di rinunciare alle rinnovabili. Fotovoltaico, eolico, idroelettrico, accumuli, reti e comunità energetiche fanno parte, con priorità e modalità diverse, delle strategie dei principali schieramenti.
Le differenze riguardano soprattutto quanto rapidamente procedere, quali fonti affiancare alle rinnovabili, come autorizzare i nuovi impianti e chi debba sostenere i costi della transizione.
Il centrodestra: rinnovabili dentro un mix più ampio
Nel centrodestra non c’è un rifiuto delle fonti rinnovabili. Il programma di Fratelli d’Italia prevede l’aumento della produzione da rinnovabili, lo sviluppo degli accumuli e delle reti intelligenti, insieme a una maggiore diversificazione delle fonti e degli approvvigionamenti. A questa strategia si affianca la prospettiva del nucleare.
La differenza sta quindi nella concezione del mix energetico.
La linea del centrodestra punta a non affidare la transizione a una sola tecnologia: rinnovabili, infrastrutture energetiche, fonti nazionali e, nel lungo periodo, nucleare dovrebbero contribuire insieme alla sicurezza energetica e alla riduzione della dipendenza dall’estero.
Il nucleare, in questa prospettiva, non viene necessariamente presentato come alternativa alle rinnovabili, ma come una possibile componente aggiuntiva del sistema energetico.
Da qui deriva anche una maggiore attenzione alla competitività delle imprese, alla sicurezza degli approvvigionamenti e all’impatto degli impianti sul territorio.
Il PD: accelerare sulle rinnovabili, senza puntare sul nucleare
Nel Partito Democratico la priorità è invece accelerare sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica, sugli accumuli e sul potenziamento delle reti.
La posizione sul nucleare è oggi nettamente critica. Il PD sostiene che tempi e costi delle nuove tecnologie nucleari non siano compatibili con le esigenze energetiche più immediate del Paese e che sia quindi necessario concentrare gli investimenti sulle tecnologie già disponibili.
Il tema è tornato al centro del dibattito nell’agosto 2026, quando il PD ha incontrato 120 scienziati ed esperti promotori di un appello per accelerare la realizzazione degli impianti a fonti pulite. Il partito collega questa accelerazione non soltanto alla lotta al cambiamento climatico, ma anche alla riduzione dei costi dell’energia, all’occupazione e all’autonomia strategica. (partitodemocratico.it)
AVS spinge ancora più avanti
All’interno del campo progressista, però, è importante distinguere il PD da Alleanza Verdi e Sinistra.
AVS propone una strategia più radicale, fondata su un sistema energetico decarbonizzato e denuclearizzato. Il suo programma europeo indica l’obiettivo di un’Europa alimentata al 100% da energie rinnovabili entro il 2040, accompagnando la crescita di fotovoltaico ed eolico con efficienza, accumuli, reti e comunità energetiche.
La differenza, quindi, è significativa: PD e AVS condividono la priorità delle rinnovabili, ma AVS propone una prospettiva più nettamente orientata verso un sistema integralmente rinnovabile e senza nucleare.
Il nucleare è una delle principali linee di frattura
È probabilmente questo il punto nel quale le differenze tra gli schieramenti risultano più evidenti.
Il centrodestra sostiene il ritorno del nucleare, mentre PD e AVS lo contestano, con argomentazioni e livelli di radicalità differenti.
Il nodo non è soltanto ambientale, ma soprattutto temporale ed economico.
Chi sostiene il nucleare sottolinea la possibilità di disporre, nel lungo periodo, di una fonte programmabile e a basse emissioni. Chi lo contesta replica che tempi di realizzazione, investimenti, gestione dei rifiuti radioattivi e incertezza sui costi delle nuove tecnologie rendono più urgente concentrarsi sulle rinnovabili, sugli accumuli, sulle reti e sull’efficienza.
È, in sostanza, una diversa valutazione delle priorità: investire anche oggi nella prospettiva nucleare oppure concentrare le risorse sulle tecnologie che possono aumentare la produzione elettrica pulita già nei prossimi anni?
La questione del territorio
C’è poi un problema che supera la tradizionale divisione tra destra e sinistra: dove mettere gli impianti?
Fotovoltaico ed eolico richiedono spazi, infrastrutture e collegamenti alla rete. Entrano così in gioco paesaggio, agricoltura, aree industriali, tutela ambientale e consenso delle comunità locali.
La sfida è quindi duplice: accelerare le autorizzazioni senza rinunciare alla pianificazione e aumentare la produzione senza alimentare un conflitto permanente con cittadini, agricoltori e amministrazioni locali.
Anche su questo terreno le differenze politiche non sono sempre nette. Il centrodestra sostiene lo sviluppo delle rinnovabili, ma insiste sulla tutela del paesaggio e sulla localizzazione degli impianti in aree già urbanizzate o compromesse. Il centrosinistra, a sua volta, deve confrontarsi con il problema della pianificazione territoriale e dell’accettabilità degli impianti.
Il vero obiettivo: energia più sicura e meno costosa
C’è infine un punto sul quale le distanze si riducono: famiglie e imprese hanno bisogno di energia più accessibile e di un sistema più sicuro.
Il centrodestra tende a perseguire questo obiettivo attraverso la diversificazione delle fonti e degli approvvigionamenti, mantenendo aperta anche la prospettiva nucleare.
Il PD punta maggiormente sulla riduzione della dipendenza dai combustibili fossili attraverso rinnovabili, efficienza, accumuli e reti.
Va però evitata una semplificazione: più rinnovabili non significa automaticamente bollette più basse nel breve periodo. Il prezzo dell’elettricità dipende anche dal costo del gas, dalla struttura del mercato, dalle importazioni, dalla domanda, dalla rete e dalla capacità di accumulo.
Non è soltanto una questione di destra o sinistra
La contrapposizione più corretta potrebbe essere quindi questa:
quanto velocemente vogliamo decarbonizzare, con quale mix energetico, con quali costi e quale impatto sui territori?
Da una parte c’è una visione che considera le rinnovabili fondamentali ma non sufficienti e punta su un sistema diversificato, nel quale il nucleare potrebbe avere un ruolo nel lungo periodo.
Dall’altra c’è una visione che considera prioritario accelerare sulle tecnologie rinnovabili già disponibili, accompagnandole con accumuli, reti ed efficienza, e ritiene il nucleare troppo lento o costoso rispetto alle esigenze attuali.
Tra questi due poli esistono naturalmente molte posizioni intermedie. Il PD non coincide con AVS, così come Forza Italia non coincide necessariamente con Fratelli d’Italia o Lega.
Per questo, quando il tema arriva nei Comuni e nelle Regioni, la domanda non dovrebbe essere soltanto “destra o sinistra?”, ma “quale progetto energetico, per quale territorio e con quali conseguenze?”
È probabilmente da qui che dovrebbe partire una discussione seria sulle rinnovabili in Italia.







