scritto da Chiara De Filippo - 01 Settembre 2026 15:15

L’era della competenza acquistabile

Come funziona il mercato dell’autorevolezza per procura — tra corsi di giornalismo, diplomifici e criminologia da salotto

La domanda è: siete anche voi inondati di proposte di vari tipi di corsi? È una proliferazione — giornalismo, podcasting, comunicazione, coaching, criminologia — proprio nel momento storico in cui il mercato (qualsiasi!) si precarizza sempre di più.

Più che un paradosso casuale a me sembra una legge di compensazione. Più l’incertezza lavorativa cresce, più crescono l’offerta di certificazioni di vario tipo e la disponibilità a pagare per sentirsi, almeno per qualche settimana, un po’ più “qualificati” di prima. Ma nella vita reale, quanto vale quella qualifica? Ci vorrebbe un bell’articolo spiegato bene ™️.

Le testate che diventano scuole

Il Post, Will Media, Chora Media e altri editori indipendenti hanno affiancato al proprio core business — l’informazione (diversa dal mainstream) — un’offerta formativa a pagamento: corsi di scrittura, di podcasting, di comunicazione. Più che volontà di diffondere il sapere (rido mentre lo scrivo) è la risposta strutturale alla fragilità del modello di business editoriale puro, fatto di abbonamenti e pubblicità che in Italia faticano a sostenere redazioni di qualità. Un segnale in questa direzione è la fusione tra Will Media e Chora Media: due realtà editoriali giovani che uniscono le forze, in un settore che da tempo cerca fonti di ricavo alternative al giornalismo in senso stretto — branded content, eventi e, appunto, formazione.

Però, diciamocelo con franchezza, fra me che scrivo e voi quattro gatti che mi leggete: se il giornalismo (anche quello on line a pagamento) pagasse le bollette da solo, forse non ci sarebbe tutto questo bisogno di insegnare agli altri come si fa.

Attenzione: non sto dicendo che il problema sia che questi corsi esistano, né che abbiano contenuti scadenti. Io sto ponendo un’altra domanda: cosa vendono davvero? (e con quanta nonchalance).

Il brand di una testata presta la propria credibilità reale — costruita sul campo, con anni di lavoro giornalistico — a un prodotto formativo il cui attestato, però, non ha alcun valore legale o concorsuale.

Innanzitutto non abilita alla professione; per quella serve il praticantato riconosciuto dall’Ordine dei Giornalisti (e dovremmo aprire un’enorme voragine, anche su questo).

Non dà punteggio in nessun concorso pubblico e non è equiparabile a un titolo accademico. Eppure questi corsi vengono venduti, in confezione accattivante e testimonial rassicuranti (con cui addirittura passare quattro giorni alle Eolie, oh yeah), come se fossero un passaporto per il mestiere.

Esiste una versione molto più old money e socialmente accettabile dell’autorevolezza acquistabile: quella dei corsi e dei master griffati.

Prendiamo RCS Academy. Non è un diplomificio e non avrebbe senso descriverla come tale. È una realtà formativa del Gruppo RCS che propone, tra le altre cose, master in giornalismo, comunicazione e marketing, spesso valorizzando proprio il nome delle testate e delle firme che partecipano alla formazione. Il suo Master in giornalismo si presenta, non a caso, come “Il Metodo Corriere” e insiste sulla presenza di grandi firme del Corriere della Sera, di La7 e delle altre testate del gruppo.

Non è questione se il corso sia valido oppure no. Anzi sicuramente lo è. Il punto è un altro: quanto dell’autorevolezza percepita appartiene alle competenze effettivamente acquisite e quanto, invece, al marchio che accompagna quelle competenze?

Non è che in questo caso la formazione smette di essere soltanto formazione e diventa anche status? Non compri necessariamente la competenza o un titolo che dia punteggio. Compri il contesto che ti permette di apparire competente.

Anzi… cosa ancora più triste, con questi corsi fanno recruiting a carico del reclutato. Il lettore fedele (solitamente giovane nel caso dei giornali online), quello che quella testata la ama e la sostiene da anni, è il bersaglio perfetto a cui proporre il salto da abbonato a “quasi giornalista”, per poche centinaia di euro.

I diplomifici: l’autorevolezza fabbricata dal nulla

Se il fenomeno giornalistico fa tenerezza, ce n’è uno che più preoccupazione perché più spudorato e costruito su basi ancora più fragili.

Mi riferisco agli enti di formazione privati che tirano fuori dal cilindro una legittimità istituzionale che semplicemente non possiedono. Ho analizzato di recente un caso concreto: un attestato di “Master Professional Coaching” da 60 ore, rilasciato da un ente italiano fondato nel 2019, che sul certificato sfoggia il logo del “Pact for Skills” della Commissione Europea — un’iniziativa a cui qualunque organizzazione può aderire firmando una carta di intenti, non un accreditamento dei contenuti didattici — insieme a una sigla di accreditamento internazionale (“IBA”) di cui non esiste una tracciabilità verificabile, e persino un riferimento al D.Lgs 81/2008 sulla sicurezza sul lavoro, del tutto estraneo alla materia trattata. Un collage di loghi e sigilli che sembra uscito da un generatore automatico di “cose che sembrano ufficiali”, tanto chi vuoi che controlli…

Mi chiedo se chi frequenta e paga per questi corsi, ha capito che sta semplicemente comprando un foglio di carta con i bordi dorati (peraltro da stampare).

Se fossi un recruiter, con quel diplomino, avrei la certificazione di avere davanti una persona un po’ ingenua a cui proporre qualsiasi cosa (tanto si accontenta).

Il caso della criminologia: quando la cronaca nera (ormai il vero motore economico del Paese) diventa materia di corso.

Un capitolo a parte merita la proliferazione, negli ultimi anni, di corsi e master privati di criminologia — spesso online, spesso brevi e ovviamente privi di qualunque sbocco professionale reale, dato che in Italia il criminologo non è una figura professionale riconosciuta da un albo (chi lavora davvero nel settore, nelle scienze forensi o nella psicologia investigativa, arriva quasi sempre da percorsi universitari specifici, non da un corso a pagamento acquistato online tra un Quarto Grado e un Pomeriggio 5).

Non è un caso che questa offerta sia esplosa in parallelo al boom del true crime, un fenomeno globale che in Italia ha trovato terreno fertilissimo: nel 2025 il caso di Garlasco ha devastato i palinsesti televisivi (e non solo) per mesi, con puntate dedicate su programmi come Le Iene, Chi l’ha visto? e monnezza varia. Anche nei bilanci di fine anno di Tv Talk ha spadroneggiato come “il caso di cronaca nera che ha dominato i palinsesti” (vi ricordo che comunque dietro c’è della gente morta e dei parenti che guardano).

In parallelo, i podcast true crime restano stabilmente tra i contenuti più ascoltati su Spotify Italia (con un pubblico principalmente fatto di donne, quasi il doppio degli uomini).

A cosa serve davvero un corso di criminologia alla sciura Maria, che non metterà mai piede in un laboratorio di scienze forensi né in un’aula di tribunale, ma che dopo tre weekend di lezioni online si sente pronta a spiegare alla vicina di pianerottolo cosa “davvero” sia successo a Garlasco?

Alla sciura Maria nulla, a parte la sensazione di competenza, quella, è impagabile, e infatti la si paga volentieri.

E chi è che insegna in molti di questi corsi? Non necessariamente accademici di criminologia con percorsi verificabili, ma volti (o voci) noti della cronaca nera televisiva — opinionisti, consulenti abituali di trasmissioni come Quarto Grado o Chi l’ha visto?, autori di libri di true crime, podcaster, ecc.

Persone la cui autorevolezza nasce dall’esposizione mediatica e quasi mai da un percorso accademico in criminologia, e che quella stessa esposizione mediatica rivendono sotto forma di corso — capitalizzando due volte sullo stesso pubblico: prima come spettatori davanti alla tv, poi come studenti paganti davanti a uno schermo diverso. È esattamente la stessa dinamica di autorevolezza per procura vista con le testate giornalistiche, applicata a un genere ancora più aspirazionale: non “impara a scrivere come un giornalista”, ma “impara a pensare come chi risolve i casi in tv” (vengono i brividi).

Il paradosso finale: formarsi per formare

C’è un livello ulteriore di paradosso (o di disagio, scegliete voi): il caso del diploma di coaching. Forma dei formatori — persone che a loro volta venderanno corsi, percorsi, consulenze ad altri aspiranti coach o professionisti in cerca di reinvenzione, generando così un’infinita catena di Sant’Antonio con tanto di attestato (sempre da stampare a casa propria).

Il coaching in Italia non è una professione regolamentata: non esiste un albo, non serve un titolo di stato, chiunque può definirsi coach a prescindere da qualunque attestato — cosa che, sospetto, molti enti sanno benissimo e sfruttano senza il minimo imbarazzo. Questo rende il titolo utile non come prova di competenza verificabile, ma come rituale di legittimazione reciproca all’interno di una catena: l’ente forma il coach, il coach userà quel diploma come prova di autorevolezza per vendere a sua volta formazione — spesso proprio su temi come “personal branding” o “come costruire la propria autorevolezza” (l’ironia qui è quasi commovente) — ad altri, alcuni dei quali diventeranno a loro volta formatori. È una piramide (o meglio uno schema piramidale), in cui il valore non deriva da una competenza certificata da un ente terzo indipendente, ma dalla capacità di ciascun anello della catena di convincere quello successivo che il titolo posseduto valga qualcosa — e di incassare, nel frattempo, la quota d’iscrizione.

Non è un fenomeno piccolo (ho fatto fare una piccola ricerca a ChatGPT): secondo una rassegna pubblicata su Frontiers in Psychology nel 2025, il numero di coach professionisti attivi nel mondo è quasi raddoppiato tra il 2019 e il 2024, passando da circa 71.000 a oltre 145.000, mentre il solo mercato del business coaching (executive e leadership coaching inclusi) veniva stimato da IBISWorld intorno ai 14 miliardi di dollari nel 2024.

Nessun settore con questa crescita può avere una base scientifica solida. Almeno il tutto è coerente con la qualità media degli attestati rilasciati.

Il paradosso di fondo: formarsi di più in un mercato che premia di meno

Tutto questo ha poco a che fare con l’ “overeducation” — il disallineamento tra titolo di studio posseduto e competenze richieste dal lavoro effettivamente svolto — ma provate a dirlo a chi ha appena pagato 400 euro per un master da 60 ore con il logo dell’Unione Europea stampato in alto a sinistra. Forse questi corsi servono a mettersela via meglio: non riesco a pagare affitto a Milano perché nonostante abbia fatto il corso sul giornalismo ancora non mi invitano a fare l’opinionista a L’Aria che tira (e i giornalisti veri e con cui farei volentieri un altro corso non mi rispondono sui social).

Provo a trarre io una conclusione (anche se non ho fatto un corso di psicologia): la corsa forsennata a corsi, master e diplomi — a maggior ragione quelli senza alcun valore legale o accademico — assomiglia più a un rito ansiogeno che a una strategia razionale di carriera. Si studia non perché la formazione aggiuntiva sia statisticamente utile, ma perché smettere di formarsi sembra, in un mercato percepito come ostile e imprevedibile, l’unica cosa peggiore che si possa fare. È un’ansia collettiva perfettamente legittima — e chi la vende lo sa benissimo. Testate editoriali comprese, enti diplomifici a maggior ragione: nessuno dei due gruppi sta semplicemente “offrendo un servizio”, entrambi stanno monetizzando una paura diffusa con la stessa naturalezza con cui un ombrellaio (si chiama così il povero immigrato che spunta fuori la metro sotto il diluvio con ombrello a cinque euro?) prospera quando piove. La differenza è che l’ombrellaio, almeno, l’ombrello te lo dà davvero funzionante.

Una nota a margine: le università online

Un discorso a parte meriterebbero le università telematiche, che godono di un riconoscimento formale (spesso sono accreditate dal MUR) ben più solido di un attestato privato o di un corso editoriale, ma sollevano dubbi non troppo diversi sulla qualità didattica reale rispetto al marketing con cui vengono promosse. Vale la pena tenerle distinte dagli altri due fenomeni descritti sopra, proprio perché occupano un gradino di legittimità formale perché equiparabile alle lauree tradizionali e spendibili con gli stessi punteggi nei concorsi.

Lavora nel settore bancario e si occupa di comunicazione. Laureata in Scienze Politiche e in Informazione ed Editoria all’Università di Genova, nei suoi articoli analizza politica, media, cultura e trasformazioni sociali, con particolare attenzione ai processi che influenzano l’opinione pubblica e il dibattito pubblico. La sua attività professionale si è sviluppata tra relazioni industriali e comunicazione istituzionale.

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