Lo Stabilicum e il dilemma Vannacci: così la nuova legge elettorale cambia la partita
Con la riforma al traguardo, il centrodestra rischia l'autogol tra la tentazione di fare en plein e l'ombra del generale. Intanto nel centrosinistra resta il nodo del leader, mentre la politica continua a ignorare l'astensionismo
Si chiama Stabilicum ed è la nuova legge elettorale. Dopo l’ok del Senato dell’altro ieri, la parola passa ora alla Camera per la conferma definitiva, se ci sarà ovviamente.
La riforma introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza: 70 seggi aggiuntivi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunge il 42% dei voti. La scheda prevederà l’indicazione del premier e introduce dopo decenni le preferenze, ma con capilista bloccati. Più di così non si è potuto ottenere: l’estensione delle preferenze a tutti i candidati sarebbe stata bocciata a scrutinio segreto da molti degli attuali parlamentari, eletti con il vecchio sistema e ostili a questa novità.
Valutazioni a parte -la legge non entusiasma e i capilista bloccati restano una ferita aperta- ciò che conta ora è capirne gli effetti. E, soprattutto, delineare i possibili scenari e i relativi esiti delle prossime elezioni.
La prima considerazione riguarda Vannacci. L’impressione è che, con questa legge, Meloni e il centrodestra rischiano un clamoroso autogol. In altre parole, consegnare la vittoria al centrosinistra.
Il centrodestra, infatti, deve decidere se includere il generale e la sua formazione politica Futuro Nazionale: con lui la vittoria è probabile, senza di lui la sconfitta è quasi certa, con il premio che andrebbe al centrosinistra.
Aggregare Vannacci comporta però rischi pesanti: una probabile fuga degli elettori moderati, l’indebolimento della Lega e una maggioranza instabile. Il premio di maggioranza, però, rende l’intesa allettante. Chi vince prende tutto: il governo e, nel 2029, la Presidenza della Repubblica. Insomma, chi vince fa en plein e non fa prigionieri.
C’è un però. Con Vannacci, la natura del centrodestra e del suo governo cambierebbe radicalmente. La premier Meloni metterebbe a rischio la credibilità internazionale costruita in questi anni. L’ex generale ha una visione del mondo reazionaria, xenofoba e filo-putiniana: portarlo al governo significa trasformare l’identità della coalizione.
Non si può comunque escludere un accordo finale. Meloni e i suoi non hanno mai nascosto l’insofferenza per l’egemonia della sinistra nelle istituzioni, a partire dal Quirinale. Vincere con Vannacci permetterebbe alla destra di eleggere un proprio uomo al Colle — o magari Meloni stessa, con un alleato a Palazzo Chigi — realizzando nei fatti il presidenzialismo da sempre vagheggiato.
In tutta onestà, sembra proprio questo essere lo scenario più probabile. Con l’approssimarsi del voto, infatti, le pressioni per un’alleanza con Vannacci aumenteranno in modo esponenziale. Questo, ovviamente, ammettendo che sia lo stesso Vannacci a volersi alleare con il centrodestra: secondo i sondaggi un’intesa gli farebbe perdere un bel po’ di consensi.
La partita, quindi, si preannuncia complessa.
E il centrosinistra? Al momento non ha un leader condiviso. Il dibattito sulle primarie sta anzi accentuando le distanze tra Pd e M5S, soprattutto sulla politica estera, alimentando diffidenze e incertezze. Su questo, però, avremo modo di tornarci più approfonditamente in seguito.
Il quadro verso le prossime elezioni offre dunque molti dubbi e poche certezze. In un simile contesto, le forze politiche non sembrano però affatto curarsi dell’astensionismo. La priorità resta organizzarsi per vincere, anziché migliorare la qualità dell’offerta e della visione politica. In un simile panorama, è facile immaginare che l’astensionismo non rientrerà; al contrario, il rischio è di lasciare campo libero a chi nel presente ma soprattutto in prospettiva sembra puntare a scardinare piuttosto che a salvaguardare le istituzioni e la partecipazione democratica.








Buongiorno Direttore Petrillo. Una legge imperfetta, ma forse un’occasione per cambiare.
Non so ancora se questa nuova legge elettorale sia una buona legge.
Probabilmente presenta limiti e aspetti che andrebbero corretti.
Ma una cosa mi interessa: finalmente si prova a cambiare qualcosa.
L’Italia è un Paese che da sempre porta con sé una frattura profonda. Non soltanto politica, ma anche economica, sociale e territoriale. L’Unità d’Italia ha unito territori e popolazioni sotto uno stesso Stato, ma non ha cancellato le differenze. E il rapporto tra Nord e Sud continua ancora oggi a ricordarcelo.
Per questo guardo a questa riforma con una certa curiosità.
Non perché pensi che una legge elettorale possa risolvere i problemi del Mezzogiorno o rendere magicamente più unito il Paese. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Ma se un nuovo sistema riuscisse a produrre maggiore stabilità e soprattutto una responsabilità politica più riconoscibile, forse potrebbe diventare più semplice anche chiedere conto di ciò che viene fatto, o non fatto, nei territori.
Perché alla fine il problema non è soltanto chi governa.
È poter capire chi è responsabile di cosa.
E forse è proprio questo il punto che mi interessa: dopo più di un secolo e mezzo dall’Unità, abbiamo ancora bisogno di sentirci parte dello stesso Paese non soltanto quando si parla di confini, bandiere o campanili, ma quando si parla di sanità, servizi, infrastrutture, lavoro, scuola e dignità delle persone.
Una legge elettorale non farà tutto questo.
Ma ogni cambiamento dovrebbe essere giudicato anche dalla capacità di aprire una strada nuova.
Poi possiamo discutere se quella strada sia quella giusta.
Ed è proprio lì che comincia il confronto vero. Pace e Bene.
Buongiorno Direttore Petrillo. Ne approfitto per dire il mio pensiero. Una legge imperfetta, ma forse un’occasione per cambiare
Non so ancora se questa nuova legge elettorale sia una buona legge.
Probabilmente presenta limiti e aspetti che andrebbero corretti.
Ma una cosa mi interessa: finalmente si prova a cambiare qualcosa.
L’Italia è un Paese che da sempre porta con sé una frattura profonda. Non soltanto politica, ma anche economica, sociale e territoriale. L’Unità d’Italia ha unito territori e popolazioni sotto uno stesso Stato, ma non ha cancellato le differenze. E il rapporto tra Nord e Sud continua ancora oggi a ricordarcelo.
Per questo guardo a questa riforma con una certa curiosità.
Non perché pensi che una legge elettorale possa risolvere i problemi del Mezzogiorno o rendere magicamente più unito il Paese. Sarebbe ingenuo pensarlo.
Ma se un nuovo sistema riuscisse a produrre maggiore stabilità e soprattutto una responsabilità politica più riconoscibile, forse potrebbe diventare più semplice anche chiedere conto di ciò che viene fatto, o non fatto, nei territori.
Perché alla fine il problema non è soltanto chi governa.
È poter capire chi è responsabile di cosa.
E forse è proprio questo il punto che mi interessa: dopo più di un secolo e mezzo dall’Unità, abbiamo ancora bisogno di sentirci parte dello stesso Paese non soltanto quando si parla di confini, bandiere o campanili, ma quando si parla di sanità, servizi, infrastrutture, lavoro, scuola e dignità delle persone.
Una legge elettorale non farà tutto questo.
Ma ogni cambiamento dovrebbe essere giudicato anche dalla capacità di aprire una strada nuova.
Poi possiamo discutere se quella strada sia quella giusta.
Ed è proprio lì che comincia il confronto vero.