scritto da Guglielmo Scarlato - 28 Giugno 2026 11:15

Premierato mascherato, il nodo che divide

Un lettore contesta la ricostruzione della nuova legge elettorale, ma l’onorevole Scarlato ribatte punto per punto: dall’indicazione del premier nei simboli al premio di governabilità. La replica riapre il confronto su una riforma giudicata ambigua, sproporzionata e in tensione con la Costituzione repubblicana.

All’articolo di ieri di Guglielmo Scarlato Una legge elettorale che divide tutti: la maggioranza si incrina, l’opposizione protesta ma dimentica il passato è seguito il commento di un lettore che segnala due errori nella descrizione della proposta di legge elettorale.

Il nome del candidato premier non compare sulla scheda, ma solo nel programma elettorale, dove l’indicazione è obbligatoria per liste e coalizioni.

Anche la valutazione sul premio di governabilità è parziale: i seggi aggiuntivi non sono un 18% pieno, ma una quota limitata che si somma al proporzionale, entro il tetto di 220 deputati e 113 senatori. È quindi matematicamente impossibile arrivare al 60% dei seggi. La maggioranza assoluta è garantita, ma l’extra reale è intorno al 10%, in linea con quanto indicato dalla Corte costituzionale. Piaccia o meno, secondo l’autore del commento, non è un meccanismo preoccupante.

Di seguito l’articolo-risposta dell’onorevole Scarlato.

Caro Direttore, il testo del progetto di legge in discussione prevede che i partiti o le coalizioni tra partiti indichino il proprio candidato premier in occasione della presentazione delle liste. Sarà inevitabile che il candidato appaia nei simboli di partito (cosa che già accade) onde finirà inevitabilmente sulla scheda elettorale attraverso l’ introduzione del suo nome nel logo grafico del partito di riferimento.

Se il testo della legge elettorale sarà approvato così come è, l’indicazione nel simbolo seguirà ad una rituale proposizione del nome in occasione della presentazione delle liste (e il dato sarà peculiare in caso di liste unite in coalizione che si riconosceranno all’ atto della loro presentazione nello stesso candidato premier).

Con questo sistema si introduce surrettiziamente una sorta di sollecitazione popolare idonea a condizionare la scelta del premier da designare che, secondo il vigente disposto costituzionale, spetta al presidente della Repubblica. L’elezione diretta del premier era già contenuta in un progetto di riforma costituzionale che l’attuale maggioranza aveva approvato in prima lettura al Senato il 18/6/2024. Anziché abbandonarlo e ricorrere ad una riforma elettorale che vorrebbe pervenire surrettiziamente allo stesso risultato concreto, ma senza la complessità e le maggioranze qualificate proprie delle riforme costituzionali, avrebbe potuto portare avanti quel progetto, affrontando i rischi di una procedura più impegnativa, ma anche più trasparente.

Ha fatto prevalere una soluzione ambigua, barocca e, per molti costituzionalisti, non in linea con la Costituzione repubblicana.

Quanto al premio, esso consiste in 70 deputati e 35 senatori collocati in listoni interamente bloccati. Assegnandoli al partito o alla coalizione tra partiti che raggiungesse il 42 per cento non si arriva al sessanta per cento dei seggi ma si perviene comunque al 55 per cento dei seggi che rappresenta una maggioranza assoluta molto forte che può poi trovare ulteriori addendi in quanti, in questa fase storica di diffuso trasformismo, ritengono di saltare sul carro del vincitore anche semplicemente su singoli provvedimenti o singole nomine.

In ogni caso 70 deputati e 35 senatori rappresentano un premio del 17 per cento dei seggi. A questo occorre aggiungere il dato delle liste interamente bloccate e la previsione di un premio nazionale (salvo modifiche dell’ ultim’ora) per il Senato che, in forza della Costituzione, dovrebbe essere eletto su base regionale. Inoltre, la Commissione di  Venezia del Consiglio d’Europa aveva formulato la raccomandazione secondo la quale non dovevano cambiarsi le leggi elettorali a un anno dal voto e, invece, è quanto si sta tentando di fare.

Mi preme considerare che un Parlamento di nominati (e di nominati in gran parte su impulso o gradimento del candidato premier che dovesse guidare le sue liste alla vittoria elettorale) finirà per sviluppare il controllo parlamentare (se non altro sul versante della maggioranza) in maniera passiva e priva di spirito critico. La fiducia sarà una sorta di acclamazione e la natura di repubblica parlamentare prevista dalla nostra Costituzione finirà inevitabilmente per cambiare. E questo senza avere modificato una virgola della Costituzione e, quindi, senza aver corso il nobile e democratico rischio del referendum confermativo.

Per me, questo è sufficiente per sentirsi preoccupati.

 

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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