scritto da Francesco Angrisani - 13 Agosto 2026 07:53

Il caffè rincara e il clima cambia le nostre abitudini al bar

Dalla crisi delle piantagioni alla tazzina: il prezzo del caffè racconta un problema molto più grande. E forse è tempo di riscoprire tè, orzo e cicoria senza rinunciare al piacere della pausa

C’è un momento della giornata che milioni di persone condividono: quello della tazzina al bar.

Un caffè per iniziare la giornata, per interrompere il lavoro, per incontrare qualcuno. Un gesto semplice, quasi automatico, che però rischia di diventare sempre più costoso. E non soltanto per effetto delle dinamiche commerciali che coinvolgono bar, torrefazioni e distribuzione.

Dietro il rincaro del caffè c’è anche una questione climatica che riguarda direttamente i luoghi in cui questa preziosa materia prima viene coltivata.

Il cambiamento climatico sta infatti mettendo sotto pressione le piantagioni di Arabica in diverse aree del mondo. Temperature più elevate, siccità, eventi meteorologici estremi e alterazioni delle precipitazioni possono ridurre la produttività delle coltivazioni e rendere più difficile mantenere gli attuali livelli di produzione.

Secondo uno studio citato da Greenreport, le rese dell’Arabica potrebbero diminuire sensibilmente nei prossimi decenni: fino al 35% in alcune aree del Sud America e fino al 21% in Africa. Se queste proiezioni saranno confermate, le conseguenze potrebbero riguardare anche la disponibilità e il prezzo della materia prima.

Ed è qui che la crisi climatica smette di essere un problema lontano, confinato alle statistiche sulla temperatura globale.

Arriva al bar.

Arriva nella nostra tazzina.

Il prezzo di un’abitudine

Per il consumatore, il primo segnale è molto semplice: il caffè costa di più.

Sarebbe però riduttivo attribuire ogni rincaro esclusivamente al clima. Sul prezzo finale incidono numerosi fattori: l’andamento dei raccolti, i costi energetici, i trasporti, la lavorazione, il mercato internazionale, l’inflazione e i costi di gestione dei pubblici esercizi.

La crisi climatica, tuttavia, rischia di aggiungere un problema strutturale: una materia prima fondamentale potrebbe diventare più difficile e costosa da produrre.

E allora una domanda diventa inevitabile: dobbiamo continuare a considerare il caffè come qualcosa di assolutamente scontato?

Forse no.

È tempo di guardare oltre la tazzina

La buona notizia è che cambiare, almeno qualche volta, non significa rinunciare al piacere del bar.

Anzi, potrebbe essere l’occasione per riscoprire bevande che fanno parte della nostra storia e che sono state progressivamente messe in secondo piano.

Il tè, innanzitutto.

Un caffè per svegliare, una tazza di tè per pensare.

Sono due gesti diversi, due ritmi diversi. Il primo appartiene alla rapidità della mattina; il secondo invita a fermarsi qualche minuto in più.

E poi ci sono l’orzo e la cicoria, che potrebbero tornare protagonisti del bancone. Bevande semplici, conosciute dalle generazioni precedenti, capaci di offrire un’alternativa alla tradizionale tazzina.

Non necessariamente perché il caffè debba scomparire, ma perché non deve essere l’unica possibilità.

La cosa più importante resta la pausa

In fondo, però, il vero patrimonio del bar non è il caffè.

È la pausa.

È il tempo che ci concediamo, anche solo per qualche minuto, sottraendolo alla fretta. È la persona incontrata per caso, la conversazione con il vicino di bancone, il saluto al barista, il giornale sfogliato, la telefonata fatta con calma.

È la convivialità.

Che si scelga un espresso, un tè, un orzo o una bevanda a base di cicoria, ciò che conta è continuare a difendere quel piccolo spazio della giornata in cui ci si ferma.

La crisi climatica ci costringerà probabilmente a modificare molte delle nostre abitudini. Alcuni cambiamenti saranno necessari; altri potranno diventare semplicemente occasioni per riscoprire ciò che avevamo dimenticato.

Anche al bar.

Potremmo scoprire che cambiare bevanda ogni tanto non significa rinunciare a una tradizione. Significa, forse, adattarla a un mondo che sta cambiando.

E mentre il futuro della pianta del caffè dipenderà dalle condizioni climatiche e dalle strategie adottate per proteggerne la coltivazione, il futuro della pausa dipende ancora da noi.

Un caffè per svegliare. Un tè per pensare. Un orzo per cambiare. Una cicoria per ricordare.

Ma soprattutto, una pausa per stare insieme.

Cavese, dopo la maturità scientifica prosegue gli studi in Economia e Commercio, ma è il mondo del volontariato a segnare in modo decisivo il suo percorso umano. Fin dal 1980 si impegna nell’associazionismo ambientalista, muovendo i primi passi nel M.A.P.A.N. (Movimento Anticaccia Protezione Animali Natura), con cui promuove campagne di sensibilizzazione contro la strage dei cuccioli di foca destinati all’industria delle pellicce. Il suo impegno civile si amplia con iniziative di respiro internazionale, tra cui la raccolta firme a sostegno della candidatura di Nelson Mandela al Premio Nobel per la Pace. Per quasi un decennio dedica tempo ed energie alla tutela dei cani abbandonati, collaborando con un ricovero situato tra Vietri sul Mare e Molina, occupandosi dell’assistenza agli animali e della sensibilizzazione sul tema del randagismo. Parallelamente porta avanti un percorso politico locale, diventando consigliere della Prima Circoscrizione di Cava de’ Tirreni nella Lista Verde Alternativa, con un’attenzione particolare alla tutela ambientale e alla partecipazione civica. La sua vocazione per uno stile di vita sostenibile si traduce anche in un progetto imprenditoriale: è cofondatore de L’Orto Biologico, negozio specializzato in alimenti biologici che da quasi quarant’anni promuove un’alimentazione sana, il consumo consapevole e il rispetto dell’ambiente.

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