scritto da Guglielmo Scarlato - 02 Luglio 2026 08:02

L’ultima generazione del Novecento

Una generazione cresciuta nel Novecento continua a leggere il presente con categorie che non esistono più. Mentre il mondo cambia in silenzio, scopriamo troppo tardi che il ponte con il passato è già crollato

Nessuno, nel 1921, aveva la sensazione di vivere già nel XXI secolo.

Gli uomini continuavano a vestirsi come i loro padri, frequentavano gli stessi caffè, leggevano gli stessi giornali, discutevano di politica con le categorie dell’Ottocento. Eppure il mondo che li aveva generati era già morto.

Lo storico britannico Eric Hobsbawm definì il Novecento un «secolo breve», nato realmente nelle trincee del 1914 e concluso nel 1991. Non perché gli anni fossero cambiati, ma perché era cambiata la struttura stessa della civiltà.

Tra il 1914 e il 1923 scomparvero quattro imperi – tedesco, austro-ungarico, ottomano e russo –; morirono circa venti milioni di persone; la pandemia influenzale ne uccise altre decine di milioni; nacque il primo Stato comunista della storia; il debito pubblico europeo esplose; l’inflazione divorò patrimoni costruiti in generazioni; il voto di massa, il cinema, la radio e l’automobile iniziarono a modificare il modo stesso di percepire il tempo e lo spazio.

Chi era nato nel 1880 pensava di vivere ancora nel mondo della Regina Vittoria. In realtà stava entrando nell’epoca di Benito Mussolini, Joseph Stalin, Adolf Hitler, della produzione di massa, dell’elettricità, della propaganda, della società di massa e delle ideologie totalizzanti.

Non se ne accorgevano.

È questa la caratteristica dei grandi passaggi della storia: mentre li vivi, continui a credere di abitare il mondo di ieri.

Lo storico Arnold J. Toynbee osservava che le civiltà non muoiono per un singolo evento, ma perché le élite continuano a rispondere con vecchie soluzioni a problemi completamente nuovi.

È difficile non pensare che questa osservazione riguardi anche noi.

Nel giro di appena venticinque anni Internet ha modificato la mente umana più di quanto la stampa abbia fatto nei tre secoli successivi a Johannes Gutenberg. Ogni giorno produciamo più informazioni di quante un uomo del Seicento avrebbe incontrato in tutta la vita. L’intelligenza artificiale sta iniziando a sostituire non più soltanto il lavoro fisico, ma quello intellettuale. La natalità europea è ai minimi storici. L’Occidente, che nel 1950 rappresentava quasi un terzo della popolazione mondiale, oggi pesa poco più di un decimo. Il baricentro economico del pianeta si è spostato verso l’Asia. La fiducia nelle democrazie liberali diminuisce mentre aumentano polarizzazione, sfiducia e solitudine.

Eppure continuiamo a discutere come se fossimo ancora nel 1995.

Forse perché apparteniamo all’ultima generazione cresciuta dentro il Novecento.

Abbiamo imparato che il lavoro è un luogo, non una rete; che l’informazione è filtrata da giornali e televisioni, non da algoritmi; che gli Stati nazionali sono i protagonisti della storia e non le piattaforme digitali; che la guerra è un’eccezione e non una presenza permanente ai margini dell’Europa.

Forse siamo gli ultimi uomini educati per un mondo che non esiste più.

Ogni generazione immagina di vivere un’epoca di transizione.

Poche comprendono che la transizione riguarda loro.

Il futuro, quasi sempre, arriva in silenzio. E quando finalmente ci accorgiamo che il paesaggio è cambiato, scopriamo che il ponte alle nostre spalle è già crollato.

Guglielmo Scarlato, salernitano, avvocato cassazionista, deputato per tre legislature tra il 1983 ed il 1994. Studioso di diritto, è stato professore a contratto di Diritto Penale dell’ Economia presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Salerno, ha pubblicato numerose monografie e saggi su diversi temi giuridici ed è l’autore di alcuni voci dell’Enciclopedia Giuridica Treccani, quali quella sui reati ministeriali, sulla responsabilità penale del Presidente della Repubblica e l’attentato ai ai diritti politici del cittadino.

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