Legge Bove ancora ferma: “Il tempo è vita, serve una svolta sulla cardioprotezione”
Il disegno di legge sul primo soccorso è bloccato da settimane in Senato per il nodo delle coperture finanziarie. Il cardiologo Giuseppe Colangelo richiama la politica: “Cinque milioni non possono frenare una legge che salva vite”
La “Legge Bove”, il provvedimento che punta a rafforzare formazione, diffusione dei DAE (Defibrillatore Automatico Esterno) e cultura del primo soccorso, è ancora ferma in Parlamento. A oltre due mesi dall’ultimo rinvio, il testo resta bloccato in Commissione Istruzione del Senato, in attesa del parere della Commissione Bilancio. Il nodo è la copertura finanziaria: 5 milioni di euro annui, necessari anche per ridurre l’IVA sui defibrillatori al 5%, devono essere valutati rispetto agli oneri complessivi del provvedimento.
Un rallentamento che stride con il consenso politico trasversale e con la forte valenza sociale della legge, nata dopo il drammatico arresto cardiaco che colpì Edoardo Bove il 1° dicembre 2024 durante Fiorentina‑Inter. Il calciatore, salvato grazie alla rapidità dei soccorsi, da allora si è impegnato in prima persona nella sensibilizzazione sul primo soccorso.
A intervenire oggi è il cardiologo calabrese Giuseppe Colangelo, da anni impegnato nella diffusione della cardioprotezione: «Rispetto le procedure parlamentari, ma qui parliamo di un investimento sulla vita. Formazione, rianimazione cardiopolmonare, DAE accessibili e cittadini preparati non sono un costo: sono una necessità».
Colangelo richiama il punto cruciale: il tempo. «Nell’arresto cardiaco il tempo non è importante: è vita. Bisogna riconoscere subito l’emergenza, chiamare i soccorsi, iniziare il massaggio cardiaco e usare il DAE appena disponibile». Per questo la formazione diffusa è considerata strategica: «Il primo soccorritore può essere chiunque: un insegnante, uno studente, un genitore, un passante. Non possiamo sapere chi sarà presente quando un cuore si ferma, ma possiamo fare in modo che sappia cosa fare».
La scuola, secondo il cardiologo, deve diventare il primo grande laboratorio di cardioprotezione: insegnare ai ragazzi le manovre salvavita significa formare cittadini consapevoli. Altro punto chiave è la manutenzione dei defibrillatori: «Installare un DAE non basta. Deve essere funzionante, visibile, accessibile e conosciuto dalla comunità. La cardioprotezione vera comincia dopo il taglio del nastro».
Colangelo rilancia anche il concetto di cardioprotezione dinamica, con dispositivi più compatti e trasportabili: «Dobbiamo avvicinare il DAE al luogo dell’emergenza. L’ambulanza ha bisogno di tempo per arrivare, l’arresto cardiaco no».
Sul nodo dei 5 milioni, il cardiologo è netto: «Lo Stato deve verificare ogni spesa, ma dobbiamo chiederci quanto vale una vita umana. Quanto vale un padre che torna a casa, una madre che riabbraccia i figli, un ragazzo che sopravvive perché qualcuno ha saputo intervenire?».
La Legge Bove, ricorda Colangelo, è sostenuta da forze politiche diverse: «La cardioprotezione non ha colore politico. L’arresto cardiaco non distingue maggioranza e opposizione. Può colpire chiunque».
L’appello finale è un invito a non disperdere l’attenzione: «Non lasciamo che l’entusiasmo si spenga. Non servono solo più defibrillatori, ma più persone capaci di usarli. Una comunità cardioprotetta non è quella che possiede molti DAE, ma quella in cui molti cittadini sanno cosa fare quando un cuore si ferma».
Conclude con una promessa: «Continuerò questa battaglia culturale, indipendentemente dai tempi della politica. Formare, informare e diffondere la cultura della vita: questa è la nostra parte».







