Il Sud in cerca di speranza

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Venerdì scorso, intervistato da Quotidiano Napoli, alla domanda sugli studi revisionistici delle vicende che portarono all’Unità d’Italia, Carlo di Borbone, erede e titolare della corona del Regno delle Due Sicilie, rispondeva pacato: “Credo ci sia la possibilità di una nuova interpretazione di alcuni passaggi storici; solo, però, per un’esigenza di verità e non di nostalgia”.

Eppure il giorno dopo, nella sala delle assisi del fu Consiglio Provinciale di Napoli, a Santa Maria La Nova, si è respirata proprio aria di revanche. Convocato attraverso la rete, si è ivi riunito il Parlamento delle Due Sicilie. Una riunione di un parlamento di uno Stato inesistente? Una stravaganza? o vuoi vedere che i Neo-borbonici vogliano emulare la Lega delle origini, quella del giuramento di Pontida e del Parlamento della Padania? Ci sono stato e, per la verità, il dubbio mi è restato.

Tanto più che già in apertura i relatori annunciavano la ‘svolta’. A venticinque anni dalla fondazione del Movimento Neo-borbonico, il cui orizzonte finora non aveva mai travalicato il confine dell’impegno culturale, il Parlamento delle Due Sicilie proclamava la discesa in campo sul terreno politico, in difesa del Sud naturalmente. Si sa, tra reddito di cittadinanza, autonomia differenziata e  flat tax avremo un Nord sempre più ricco ed un Sud ancora più povero di quanto non lo sia già. In breve, nel Sud ci saranno sempre più poveri, ai quali saranno elemosinati un po’ di spiccioli di cittadinanza. Giusto quanto basta per mantenere vivo il mercato interno per i prodotti del Nord.

C’è da indignarsi. Il Movimento Neo-borbonico, che fonda la sua svolta politica su questa indignazione, è pertanto destinato a crescere. Ma crescita vuol dire anche necessità della sua gestione. Ed ecco che il Movimento ha deciso di strutturarsi sui territori, di costituire commissioni di lavoro tematiche, insomma di organizzare la propria classe dirigente. ‘Vogliamo aggregare le migliori intelligenze, le professioni, le imprese della nostra ‘patria’. Se classe dirigente dobbiamo darci, deve essere di alta levatura culturale, professionale e morale’. Questo il senso dei messaggi lanciati a Santa Maria La Nova. Ed in sala – più di un centinaio di presenze provenienti da tutto il ‘Regno’ – c’erano ufficiali in congedo, medici, imprenditori, economisti e aficionados della prima ora. Tutti pronti a buttarsi nella mischia. Sentono che è l’ora del riscatto e mordono il freno; che, invece, è tirato a mano da S.A.R. Carlo di  Borbone, il quale non asseconda tentazioni nostalgiche, come si è visto.

Ma come si spiega tanto fermento? Lo abbiamo appena detto, con le politiche antimeridionali dei governi dell’ultimo ventennio; dell’attuale, quello gialloverde, più di tutti. E poi con la globalizzazione, che per contrappasso alimenta gli identitarismi territoriali. Ma anche con la morte di Dio, cioè con la crisi nella coscienza collettiva dei valori tutti, non solo di quelli religiosi. In Occidente i contemporanei sono smarriti, senza bussola. Sono insieme benestanti e disperati. Ancora più di-sperato lo è chi benestante non è. I partiti non hanno più bandiere da offrire ed anche le chiese non rapiscono i cuori; salvo che per le confessioni fondamentaliste, iper-identitarie, minoritarie e intolleranti. Forse un surrogato di valori forti lo hanno i movimenti populisti, o gli ultras del calcio. Ma sono valori fondati sulla menzogna e sull’odio; o effimeri. Manca La Fede, quella illuminata dalla Verità, che sola può dare senso alla propria esistenza. Vale per i singoli e vale per i popoli. È comprensibile perciò che il Sud possa oggi ricercare le ragioni per sperare aggrappandosi alla sua nobile tradizione ed alla mitologia della sua immaginifica età dell’oro, quella dei primati: primo Centro sismologico in Europa, prima linea ferrata, primo Codice della navigazione, etc…

E se ci riprendessimo la nostra terra, se tornassimo alle Due Sicilie?” Si chiedono in numero sempre crescente i Meridionali. E si rispondono: “Magari non saremmo ricchi, ma padroni di noi stessi e del nostro destino sì”. È comprensibile, naturale ed anche giusto.

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