Il ritorno di Matteo Renzi… nec sine te, nec tecum vivere possum

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foto tratta dal profilo FB

L’attuale crisi di governo ha un protagonista inaspettato: Matteo Renzi. Non si sa affatto come evolverà la situazione politica, per saperlo forse non basterebbe nemmeno un super indovino con un’eccezionale sfera di cristallo, quel che è certo è il prepotente ritorno da protagonista assoluto sulla scena politica dell’altro Matteo, ovvero Renzi.

Oddio, ad onor del vero Renzi non è mai andato via. Magari l’avesse fatto a suo tempo, ci avrebbe guadagnato pure lui e già da un pezzo sarebbero andati in supplichevole processione fino a Rignano sull’Arno per richamarlo alle armi. Il guaio è che Renzi non è Cincinnato. Non ha per nulla le virtù della persona semplice e disinteressata, da ritirarsi ad una modesta vita privata. E, non a caso, c’è chi lo ha appellato il “Napoleone di Rignano”.

Ha, però, altre virtù, bisogna riconoscergliele. E’ una forza della natura. Ha un’energia inesauribile. E’ un trascinatore. Ha fiuto e intelligenza politica. E’ spregiudicato, brillante, vivace. E’ un politico a tutto tondo, capace com’è di risultare convincente, o almeno cercare di esserlo, nel sostenere il contrario di quanto affermato fino a poco prima. E’ un grande comunicatore (al pari dell’altro Matteo, ovvero Salvini). Forse, come ha scritto Ferruccio De Bortoli, «lo è persino troppo». E’ vero anche che è uno sbruffoncello, un commediante incallito, ma spesso risulta essere anche un arrogante e un maleducato impenitente. Insomma, è simpaticamente odioso.

Eppure continua ad essere l’unico, vero leader del Pd. Il nuovo segretario Nicola Zingaretti è indubbiamente una persona perbene, ma, soprattutto al suo confronto, risulta essere una personalità politica sbiadita, grigia, inconsistente se non addirittura irrilevante. E in questi giorni il povero Zingaretti sembra essere stato fatto politicamente prigioniero da Renzi e dai suoi.

Un vero leader dicevamo. Il problema, però, come ha con acume evidenziato ancora De Bortoli, è che «Renzi ha la leadership nel sangue, la alimenta sin da giovane, ma dà l’impressione costante di non riconoscere radici né di preparare eredità». E per chi vuole guidare un Paese e anche un partito come il Pd non è un aspetto trascurabile, anzi. E’ una condanna, ma forse soprattutto una minaccia per chi ha a che fare con lui.

Ad ogni modo, piaccia o no, è con Renzi, con questo Renzi, che bisognerà fare i conti. E questo vale soprattutto per il Pd che con il fenomeno Renzi si confronta nel bene e nel male e senza raccapezzarsi più di tanto da un po’ di anni  a questa parte. E’ la sua croce e delizia: nec sine te, nec tecum vivere possum… non posso vivere con te né senza di te. Mai come adesso del resto, visto che controlla i gruppi parlamentari, fa balenare l’ipotesi di una scissione che potrebbe rivelarsi devastante per il Pd, mena la danza sulla possibile anzi auspicata alleanza con il Movimento Cinque Stelle.

I conti con Renzi però devono farli anche i pentastellati, che lo hanno demonizzato da sempre ma che ora se lo trovano davanti a loro, con una mano tesa, da stringere in fretta per non cadere nel baratro di elezioni capestro.

E con Renzi i conti li deve fare anche il centrodestra, ma più di tutto Salvini, il capitano, che si ritrova al cospetto di un altro pirata. Renzi e Salvini. I due Matteo. Due mostri, nel senso buono per carità, della politica e della comunicazione politica. Due leader veri, con le loro capacità, i loro difetti, i loro limiti, i loro errori, le loro colpe. Diversi politicamente, ma sotto molto aspetti speculari.

Tutto sommato, due facce di una stessa moneta. E se è così per davvero, resta da capire cosa sia preferibile: tirare in aria la monetina o tenerla in tasca ben stretta nella mano?

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