Dagli animali di casa alla fauna selvatica: una società che cambia, una politica che deve scegliere
Il rapporto con gli animali è cambiato profondamente: da presenza funzionale a parte integrante della vita familiare. Questo mutamento culturale si intreccia oggi con il dibattito sulla riforma della legge sulla fauna selvatica e sulla caccia
Riceviamo e pubblichiamo
Negli anni Ottanta il rapporto con gli animali domestici era, nella maggior parte dei casi, ancora prevalentemente funzionale: i cani erano impiegati come guardiani, i gatti erano apprezzati soprattutto per la loro capacità di contenere la popolazione dei roditori.
Oggi, nel 2026, lo scenario è profondamente cambiato. Nelle nostre case cani e gatti sono diventati veri e propri membri della famiglia. Li affidiamo alle cure veterinarie con la stessa attenzione che riserviamo alla nostra salute, ne seguiamo con scrupolo l’alimentazione e condividiamo con loro gli spazi più intimi della vita quotidiana.
Questa trasformazione non è soltanto il frutto di un legame affettivo più intenso, ma il segno di un’evoluzione culturale e civile. La legge n. 281 del 1991, che ha posto fine alla soppressione sistematica degli animali randagi, ha rappresentato una svolta storica. Da allora la sensibilità collettiva è cresciuta costantemente, accompagnata dall’evoluzione del diritto europeo, che riconosce gli animali come esseri senzienti, e dal rafforzamento della tutela dell’ambiente, della biodiversità e degli ecosistemi nella Costituzione italiana.
Eppure, proprio nel 2026, emerge una contraddizione che merita una riflessione. Mentre cresce l’attenzione dei cittadini verso la tutela della biodiversità e degli ecosistemi, il Governo Meloni ha promosso una riforma della legge n. 157 del 1992 sulla tutela della fauna selvatica e sull’attività venatoria, attualmente all’esame del Parlamento. Un provvedimento che prevede modifiche significative alla disciplina della caccia e che, secondo numerose associazioni ambientaliste, il mondo scientifico e una parte dell’opinione pubblica, rischia di indebolire le tutele della fauna selvatica e di ampliare gli spazi destinati all’attività venatoria.
Il dibattito che ne è scaturito va ben oltre gli aspetti tecnici della normativa. Esso mette in evidenza un apparente cortocircuito tra il sentire diffuso della società e alcune scelte della politica. Da un lato promuoviamo campagne contro l’abbandono degli animali, rafforziamo le sanzioni contro i maltrattamenti e investiamo sempre più risorse nella cura degli animali d’affezione; dall’altro discutiamo di ampliare le possibilità di esercizio della caccia in una fase storica segnata dalla crisi climatica, dal consumo di suolo e dal progressivo impoverimento della biodiversità.
Non è soltanto una questione di sensibilità personale. È cambiato il modo di concepire il territorio. La natura non è più vista come uno spazio da sfruttare, ma come un patrimonio comune, fragile e insostituibile, da custodire nell’interesse delle generazioni future. In questo contesto, le richieste provenienti dal mondo venatorio — che rappresenta una componente della società numericamente e demograficamente sempre più ridotta — si confrontano con una coscienza collettiva che appare orientata verso una più ampia tutela della fauna e degli ecosistemi.
La questione, allora, va oltre la semplice disciplina della caccia. Riguarda il modello di società che intendiamo costruire. Se negli ultimi quarant’anni abbiamo riconosciuto agli animali d’affezione una dignità prima impensabile, è naturale domandarsi quale debba essere oggi il rapporto con la fauna selvatica. Proteggere gli animali che condividono la nostra vita quotidiana è un gesto di empatia; garantire la conservazione degli animali liberi e dei loro habitat è una responsabilità nei confronti dell’intera collettività.
La discussione sulla riforma della legge sulla caccia rappresenta, in questo senso, un banco di prova della maturità civile del Paese. La politica è chiamata a interpretare un cambiamento culturale ormai evidente: decidere se continuare a privilegiare una concezione del territorio fondata prevalentemente sullo sfruttamento delle risorse naturali oppure assumere pienamente la tutela della biodiversità come uno dei pilastri di una moderna coscienza civile. Perché il modo in cui trattiamo gli animali, domestici o selvatici, racconta in fondo il tipo di società che vogliamo essere.
Francesco Angrisani







