Come eravamo, dove siamo, cosa fare
Dagli anni Settanta, segnati da ideali e confronto civile, alla deriva distruttiva di oggi: un viaggio nella trasformazione dei giovani e dei loro “maestri”. Una riflessione su responsabilità, modelli culturali e possibili vie di rieducazione
Come eravamo
Negli ormai lontani anni Settanta, nel mio piccolo, sono stato uno dei leader degli studenti di Cava de’ Tirreni: io al Liceo Scientifico, Raffaele Fiorillo (che poi fu sindaco) al Classico. Ero espressione dei giovani socialisti, lui di quelli comunisti. In città era molto forte la presenza del Fronte della Gioventù (ricordo, tra gli altri, Fortunato Palumbo e il compianto Giovanni Rispoli, detto “u’ re”, per la sua fede monarchica) e dei democristiani (tra cui Enrico Polacco, ora dirigente della locale Forza Italia, e Pasquale Petrillo, direttore di Ulisse online).
Erano gli anni di piombo, dei fortissimi contrasti ideologici, degli scontri politici (nella vicina Salerno ci furono purtroppo vittime). Mi piace ricordare il clima di Cava di quegli anni, che era di forte contrasto politico-ideologico, ma privo di violenza: nessuna scuola devastata, nessun negozio danneggiato, per capirci nessun danno a persone o cose. Ci confrontavamo duramente in varie occasioni, tra cui le assemblee studentesche, che allo scientifico aprivamo con la musica degli Intillimani, per ricordare il sacrificio di Salvatore Allende, presidente socialista del Cile, finito sotto la dittatura di Pinochet.
Esistevano, allora come oggi, i “cattivi maestri”, ma nei decenni scorsi si trattava comunque di gente che esaltava ideologie sicuramente sbagliate, ma pur sempre nutrite di ideali, sogni, progetti. Per capirci, non ho mica dimenticato i libretti che durante le feste dell’Unità, organizzate nella villa comunale, inneggiavano a Kim Il Sung (nonno dell’attuale dittatore nordcoreano), alla Germania Est, all’Unione Sovietica, realtà descritte come una sorta di “paradiso terrestre”, né ho dimenticato, dall’altra parte, i nostalgici del fascismo, del duce, speranzosi di poter realizzare un nuovo regime sul modello del ventennio…
Dove siamo arrivati
Oggi le cose vanno ben diversamente: bande organizzate, costituite da giovanissimi, tra cui numerosi minorenni, privi di qualsiasi motivazione che non sia quella di distruggere, vanificano il tentativo di manifestare liberamente della maggioranza dei propri coetanei. Oltre alle innegabili responsabilità delle famiglie ed all’uso distorto dei social, credo che vada individuata un precisa colpa, quella di coloro che definirei “cattivi maestri” attuali.
Alcuni di questi, quelli con i capelli bianchi, ieri inneggiavano al comunismo sovietico (o cinese, quello di Mao) oggi odiano l’Occidente (unica realtà che consente loro di esprimersi in libertà), amano Hamas, corteggiano gli islamici, perfino quelli più estremisti (dimenticando la fine che i loro compagni fecero in Iran, martoriato Paese in cui fiancheggiarono Khomeyni e furono i primi ad essere eliminati). Sempre dalla parte sbagliata della Storia, ma responsabili di una nuova generazione di “cattivi maestri”, più giovani, ma ugualmente fanatici, ottusi, rigorosamente propal, quanto totalmente insensibili alle grida di dolore e di morte provenienti da scenari che non suscitano il loro antioccidentalismo: le stragi in Iran, in Sudan, in Nigeria, in Congo non sono degne di considerazione, non smuovono manifestazioni, vengono ignorate perfino sui social…
Validi ideali, per fortuna, pure esistono: per rimanere alla Francia basti pensare alle folle festanti che recentemente hanno accolto papa Leone, gente pacifica, costituita in gran parte da giovani, che ha piacevolmente stupito per il numero e per la civiltà con cui ha festeggiato la visita del pontefice.
Anche in Italia, ne sono convinto, la stragrande maggioranza dei giovani non approva la violenza, né sogna di sfasciare tutto. Contestano, protestano e spesso hanno anche ragione, solo che rimangono frastornati, perfino inconsapevoli di fronte alle vere cause del malessere che affligge la nostra scuola. Queste cause, che quasi nessun “buon maestro” si sforza di ricordare, hanno nomi ben precisi: aziendalismo, mercificazione con progetti, “concorrenza” tra istituti, riduzione al minimo dei programmi, delle conoscenze, dei saperi. Esiste un florido mercato che prospera sulla pelle delle nuove generazioni, spesso inconsapevoli e di tanti docenti più giovani, ai quali hanno effettuato una sorta di lavaggio del cervello, rendendoli strumenti della diffusione di una vera e propria “Asineria”, imposta alle nuove generazioni.
Cosa fare?
Realisticamente, bisogna comprendere che non esiste un limite al peggio: gli esseri umani, particolarmente i giovanissimi sono come spugne, capaci di assorbire il bene, se questo viene loro “somministrato”, ma anche il male. I maranza, le bande di teppisti che tutto sfasciano non se ne fregano assolutamente nulla dei veri problemi della scuola e della società, sono privi di valori positivi, altrimenti non avrebbero rubato oggetti e sfasciato vetrine, non sarebbero saliti a ballare sulle auto delle forze dell’ordine, non avrebbero colpito tanti negozianti che ogni giorno tirano su la saracinesca del proprio negozio, né avrebbero terrorizzato tante commesse, che cercano di guadagnarsi onestamente il pane quotidiano. Una delle motivazioni forti è il senso di impunità di fronte alla legge, amplificato dalla perversa logica del branco, che frena i normali freni inibitori, provocando azioni che singolarmente avrebbero esitato a commettere…
Di fronte a questa situazione, si potrebbe immaginare una forma di rieducazione diversa dal carcere tradizionale, che descriverei con una formula che mi pare significativa: Zappa e Rastrello. La mattina: svolgimento obbligatorio di lavori socialmente utili, che richiedano consistente impegno fisico, ovvero zappare terre incolte, pulire montagne, spalare letame. Tutto ciò unitamente, per il periodo di rieducazione (proporzionale ai danni commessi) alla totale privazione di computer e cellulari, con ritorno serale in carcere per assistere a film e documentari di provato messaggio sociale (tipo “Ladri di biciclette”, per intenderci e programmi a contenuto storico o scientifico). Visite obbligatorie a reparti ospedalieri, per far loro capire cosa significano realmente sofferenza e disagio; ritorno, al termine della fase di rieducazione alle famiglie, con ulteriore periodo di lavori socialmente utili, sotto tutela e verifica da parte di tutor appositamente formati. Graduale attenuazione delle misure, da accentuarsi o prolungarsi in caso di recidiva. Divieto, per tutta la fase di rieducazione, di stare per strada oltre le 22,00 in estate e le 21,00 in inverno.
Il tutto augurandosi che le forze politiche possano finalmente assumere un atteggiamento unitario, come lo assunsero nella fase costituente della Repubblica: divisione sulle idee e sui programmi, ma massima collaborazione nella stesura di regole comuni, condivise, per il bene del Paese… Tutto il contrario di quello che avviene oggi, purtroppo, nel mondo politico…








Trovo questo articolo interessante per aprire una discussione,ma non certo per chiuderla qui. Infatti mi sembra limitativo ridurre a puro fanatismo quello che è successo a Milano con i giovani che sfasciavano le vetrine e si caricavano sulle spalle i modelli di questa società consumistica per portarseli finalmente a casa. Pensiamo a quanto sono stati tartassati dalle pubblicità e dai modelli vincenti. “Cattive maestri”? Siamo fuori strada non c’entrano proprio niente più. Penso che questi giovani siano stati forgiati e manipolati dall’idea che del potere che si ottiene solo con il possesso e cercano di arrivarci posso. A questo si aggiungono tutte le frustrazioni di una vita povera nella periferia di Milano. È come se ti facessero passare una buona pietanza sotto il naso tutti i giorni, dalla mattina alla sera, senza poterla mangiare, divorare, ma solo desiderare. Chi è colpevole di tutto questo? La scuola, i genitori, noi poveri mortali o il capitalismo rampante, senza scrupoli fuori controllo, del nostro periodo storico?
Giusto prendersela col capitalismo selvaggio, col precariato a vita, dal mio punto di vista gli attacchi al modello dello stato sociale che ha visto fiorire il dopoguerra dell’Europa e quindi dell’Italia (fino agli anni Ottanta) sono stati devastanti. Premesso questo, non mi va di buttare a mare la ns. civiltà occidentale, e qui entrano in gioco le responsabilità di vecchi e nuovi “maestri”: quelli che sputano nel piatto in cui mangiano (talvolta abbondantemente), che invece di tuonare contro la globalizzazione selvaggia, contro la scuola ridotta ad “azienda” preferiscono inseguire il voto islamico, agitare le bandiere di Hamas e giustificare la voglia di sfasciare tutto, colpendo i lavoratori delle forze dell’ordine (spesso provenienti da famiglie più umili di quelle dei teppisti), i negozianti, quelli che entrano in una scuola dell’infanzia e distruggono tutto…