Quando il messaggio brucia: da Parigi a Milano, la comunicazione (boomerang) delle proteste
Dal municipio di Limoges in fiamme a Piazza Duomo a Milano: come le immagini sui social e i cortei senza organizzazione oscurano le ragioni della protesta contro il carovita
Un sabato, due immagini
Sabato 17 ottobre 2026 migliaia di persone sono scese in strada in Francia e in Italia contro il carovita. Di quella giornata, però, l’opinione pubblica ricorderà soprattutto due immagini. Due immagini, insieme a tanti video, che gli arriveranno via social.
La prima arriva da Limoges. Al termine della manifestazione un gruppo di individui ha dato fuoco al piano terra dell’Hôtel de Ville; verso le 20.30 il campanile, simbolo della città, si è incendiato ed è crollato. Il tetto è collassato in parte sui piani inferiori e due terzi della facciata non esistono più. Centinaia di persone, a distanza, guardavano il rogo senza sapere che fare.
La seconda arriva da Milano. Sciolto il corteo di “Italia in piazza”, che contava oltre cinquemila partecipanti, centinaia di giovanissimi vestiti di nero hanno occupato il sagrato del Duomo, lanciando bombe carta, transenne e bottiglie contro la polizia. Un’auto dei carabinieri distrutta, un negozio saccheggiato in corso Vittorio Emanuele, una cinquantina di fermati, quasi la metà minorenni.
Questo pezzo non parla delle ragioni di quelle piazze, che condivido. Non parla neanche delle azioni della polizia, a volte strategicamente inspiegabili. Parla di che cosa succede all’opinione pubblica quando, su mille manifestanti, cento scelgono la distruzione e il vandalismo. Il numero è un’astrazione, ma la proporzione è quella che conta: una minoranza che diventa, nel racconto, l’intero.
Le ragioni che il fuoco ha bruciato
In Italia la piattaforma era esplicita. Si chiedevano misure contro il carovita e il caro carburanti, salari dignitosi al posto degli stipendi da fame, lavoro sicuro, più fondi per sanità pubblica, scuola e università. A queste si aggiungevano la crisi abitativa e il caro affitti, un fisco giudicato iniquo, con la richiesta di far contribuire di più le grandi multinazionali, e il no alla corsa agli armamenti.
In Francia il movimento era nato a settembre sui social contro il prezzo dei carburanti, dell’energia e del cibo, e contro il progetto di bilancio del governo. Strada facendo ha raccolto altro: scuola e sanità senza mezzi, violenze di polizia, inazione climatica, partecipazione dei cittadini alle decisioni. Gli studenti delle superiori hanno aggiunto le proprie richieste: la riforma di Parcoursup, la piattaforma nazionale che smista l’accesso all’università e che molti considerano opaca e selettiva, e orari scolastici meno pesanti
Sono richieste concrete, sinceramente giuste, che toccano la vita quotidiana di milioni di famiglie. Proprio per questo il loro destino comunicativo è paradossale. Sono le più facili da condividere ma le prime a venir meno dopo aver visto le immagini di Limoges.
Il problema dei movimenti senza testa
C’è chi ha descritto bene il prezzo di queste forme di organizzazione, Tufekci, in Twitter and Tear Gas (2017): i movimenti in rete crescono in fretta perché saltano la fatica organizzativa; ma proprio quella fatica costruiva le capacità che servono dopo. Decidere insieme, darsi un portavoce e arginare ed escludere chi tradisce lo scopo comune. Un movimento senza testa non ha nessuno che possa dire ‘quelli non sono dei nostri’.
Qui sta il primo meccanismo. Nel Sessantotto la violenza di piazza poteva essere sconfessata da qualcuno; oggi resta orfana, e un gesto orfano viene attribuito all’intero corteo. La distinzione tra i mille e i cento esiste nei fatti, ma nessuno ha la voce per renderla visibile.
Il problema, prima ancora che comunicativo, è di composizione. Un corteo organizzato sa chi c’è dentro, decide da dove parte e dove finisce, e può isolare chi si unisce con altri propositi. Un corteo autoconvocato è aperto a chiunque. A Milano, secondo la polizia, i gruppi violenti sono arrivati auto-organizzandosi dalle periferie, dall’hinterland e da altre province. Nessuno li aveva chiamati, nessuno poteva allontanarli, e a fine giornata hanno preso il sopravvento sulla manifestazione.
Perché cento valgono più di mille
Il giornalismo amplifica questa asimmetria. Per tutto il resto c’è l’algoritmo che fa circolare il video del municipio che va a fuoco e di Foot Locker saccheggiato ma non il volantino sui salari da fame.
Quel che conta è, anche,il mezzo. La maggior parte delle persone non ha visto Limoges o Piazza Duomo in un servizio di telegiornale, con un contesto e una cronaca della giornata (poi dovremmo parlare del tipo di cronaca ma lo facciamo altra volta). Quelle immagini vengono viste sui social, in video di pochi secondi, tra un contenuto e l’altro. Il video del fuoco non dice perché quella folla era in strada, né come hanno agito le forze dell’ordine, se con misura o con eccesso, prima e durante gli scontri. Chi scorre lo schermo si forma un giudizio sulla protesta senza conoscerne le ragioni e senza sapere come si sono svolti davvero i fatti. L’opinione pubblica, ormai nella quasi totalità, nasce dall’immagine e non dall’informazione.
Uno studio fatto sulle proteste afroamericane degli anni Sessanta lo spiegava molto bene. Le proteste nonviolente spostavano l’attenzione dei media sui diritti civili e il consenso verso le loro ragioni; quelle violente spostavano il discorso sull’ordine pubblico e il voto verso chi lo prometteva, al punto da contribuire, secondo le sue stime, alla vittoria di Nixon nel 1968.
La storia recente lo conferma. Dopo il saccheggio dell’Arco di Trionfo, nel dicembre 2018, il consenso ai gilet gialli cominciò a erodersi. A Genova, nel 2001, l’immagine dei black bloc oscurò per anni i contenuti di un movimento enorme le cui ragioni sono state oscurate (oltre che sconfitte).
Poi c’è il simbolo. Un municipio non è un edificio qualsiasi: è la casa comune, e per questo ferisce anche chi non ci ha mai messo piede. Il sindaco di Limoges ha cercato di separare la pietra dall’istituzione, dicendo che bruciava un monumento ma «non la Repubblica». È una frase saggia, ma l’emozione collettiva non fa questa distinzione.
Chi vince la contesa del racconto?
Un gruppo viene trasformato in minaccia e il dibattito si sposta dalle cause alla paura.
Il punto, allora, non è morale ma comunicativo. I cento che distruggono non tolgono soltanto vetrine e pietre alla città; tolgono ai novecento la possibilità di essere visti. Il 30 ottobre in Italia è previsto lo sciopero generale. Sarà quella la prova per capire se un movimento nato senza struttura saprà darsi almeno una voce capace di dire, prima che lo dicano altri, chi parla a nome suo.







