Cava, caos traffico: le responsabilità dei dirigenti e della politica

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foto Angelo Tortorella

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Il caos traffico di questi giorni a Cava, dovuto all’ingorgo di lavori ed eventi, ha offerto lo spunto al direttore Pasquale Petrillo per un’attenta riflessione sul tema della responsabilità delle scelte in campo amministrativo.

L’analisi va dritta al cuore di un dibattito aperto ormai da una trentina d’anni, da quando, cioè, in Italia è stato avviato quel processo di riforma basato sulla separazione di competenze tra politica e dirigenza pubblica, tra programmazione e gestione. La responsabilità è strettamente collegata alla paternità, quella vera non quella putativa. Insomma, il padre di un provvedimento amministrativo non necessariamente è (solo) il dirigente che quel provvedimento lo firma. Chi ha un minimo di dimestichezza col funzionamento delle amministrazioni pubbliche lo sa perfettamente.

Ed è per questo che l’analisi di Pasquale Petrillo è anche un’operazione-verità. So che qualsiasi contributo alla riflessione aperta da Pasquale può essere letto, in piena campagna elettorale, secondo un’ottica di parte. È per questo che mi limito alle cose di cui ho conoscenza diretta, omettendo di citare le città in cui si sono verificate in maniera che non si possa risalire al colore dell’amministrazione all’epoca in carica: il mio, per quanto modesto e non da addetto ai lavori, vuole essere un contributo non di parte.

Quando fu avviato il processo di riforma sulle competenze in ambito amministrativo uno dei primi autorevoli commenti pubblicati aveva per titolo – vado a memoria, sono passati 27 anni – “Tante responsabilità, poco potere”. Era un’analisi riferita al ruolo del dirigente per come veniva delineato. Il titolo era, ovviamente,ma pur estremizzando il contenuto dell’articolo non ne stravolgeva il senso. Fin da subito fu chiaro il rapporto che tipo di rapporto si sarebbe creato tra politici e dirigenti. È vero che le leggi affidano a questi ultimi tutta la responsabilità degli atti di gestione, ma nella prassi è tutto così semplice? Un dirigente può sottrarsi ad una chiara volontà politica se dimostra che va contro gli interessi di una larga parte dei cittadini? È sempre in grado di applicare il principio di adeguatezza, cioè ottenere il miglior risultato imponendo il minor sacrificio possibile alla collettività?

Siamo al dunque. Al dirigente che solleva perplessità rispetto a determinati atti può capitare di sentirsi dire dall’amministratore pubblico: “Mi assumo io la responsabilità”. Qualche anno fa mi trovai ad assistere questo curioso siparietto: il sindaco di una città importante del Salernitano entra nell’ufficio del segretario generale, lancia letteralmente alcunifogli e dice, parola più parola meno: “Segreta’, aggia fa sta cosa, po verite vuje come s’edda fa”. Siparietto curioso, dicevo, ma anche eloquente. Almeno sul modo in cui il sindaco intendeva il ruolo del segretario generale a cui si rivolgeva con un ossequioso e distaccato “voi”: qualsiasi cosa fosse, andava fatta e toccava al segretario fornirle una veste formale legittima. Ora quell’atto avrà avuto, alla fine, la firma di un dirigente e la sua responsabilità. Ma era del dirigente anche la paternità? Direi di no. E se quel provvedimento avesse causato problemi o disagi ai cittadini, se ne sarebbe dovuto scusare il dirigente?

A memoria ricordo solo un dirigente che lo abbia fatto. Lavorava in un grande Comune e il suo settore fu accusato di non far bene il proprio lavoro per aver potato barbaramente – tecnicamente capitozzato – gli alberi in città. Il dirigente spiegò ai giornalisti che sapeva bene, da agronomo, che quell’intervento non andava fatto in quel modo, meno che mai nel periodo della fioritura. Il problema, però, era proprio quello: i fiori, cadendo, sporcavano marciapiedi e aiuole. E i cittadini protestavano con i politici che, come unico rimedio, pensavano di risolvere il problema alla radice. Anzi, direi io, al tronco.

Tirando le somme, va detto che è vero che i dirigenti pubblici sono pagati bene per prendere decisioni e che la loro retribuzione è strettamente legata ai risultati raggiunti, ma va anche detto che nella prassi non tutto è lineare come potrebbe sembrare.

Da ultimo, una considerazione sul caso specifico da cui è partita la riflessione. Non esiste una norma specifica che imponga di tenere in considerazione tutte le circostanze quando si compila un calendario dei lavori, se non quella non scritta ma basilare che va sotto la voce “buonsenso”.

C’è, però, una disposizione di legge che dovrebbe fungere da bussola. È del 1990, quindi perfino antecedente rispetto alla nomina, che parve una rivoluzione, del primo assessore ai Tempi della città. Essa affida ai sindaci, sulla base degli indirizzi forniti dai consigli comunali, il potere di “coordinare gli orari degli esercizi commerciali, dei servizi pubblici, nonché gli orari di apertura al pubblico degli uffici periferici delle amministrazioni pubbliche, al fine di armonizzare l’esplicazione dei servizi alle esigenze complessive e generali degli utenti”. La “ratio” è quella di dare priorità alle esigenze degli utenti e tanto dovrebbe valere anche per tutte le altre attività – come,ad esempio, i lavori – che si svolgono nelle aree pubbliche. Fornire delle “linee guida” anche in questo ambito aiuterebbe gli uffici nel loro lavoro e di sicuro ne beneficerebbe la collettività.

Vito Bentivenga

giornalista professionista

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