Cava de’ Tirreni, urne roventi: Petrone ribalta il centrosinistra e costringe Giordano al ballottaggio
Il primo turno sconvolge gli equilibri politici cavesi: Giordano vola ma non sfonda, frenato dall’ascesa di Petrone, che intercetta il voto di protesta e conquista la sfida finale. Accarino crolla, sacrificato sull’altare dell’era Servalli e di un centrosinistra allo sbando. Canora cresce, Lamberti perde ma salva la dignità. Ora altri quindici giorni di battaglia prima di chiudere davvero la stagione servalliana
I cavesi hanno deciso: per scegliere il nuovo sindaco servirà il ballottaggio. Raffaele Giordano ha raccolto una valanga di voti, ma non abbastanza per chiudere la partita al primo turno — obiettivo comunque difficile. A complicargli i piani è stato Luigi Petrone.
Fra Gigino, forte di una comunicazione diretta ed efficace, ha intercettato il voto di opinione: quello di chi non si riconosce nei partiti, negli schieramenti, nelle strutture precostituite. Un voto popolare, di protesta, di rottura. Un voto che continua a pesare.
Raffaele Giordano, professionista e accademico giovane ma già affermato, ha scelto una strategia prudente. Ha coltivato il suo elettorato di riferimento, senza forzare la mano. Ha preferito una campagna di controllo, senza avventurarsi in terreni incerti né inseguire i suoi competitor. Una campagna ordinata, senza scosse né accelerazioni.
Ora lo attende il ballottaggio tra quindici giorni. È probabile che lo affronti con lo stesso approccio: calma, misura, impegno costante e nessun colpo di testa.
I risultati usciti dalle urne sono chiari: lo sconfitto è Giancarlo Accarino. I rumors lo davano dietro a Petrone, e così è stato. Sarà infatti l’ex frate a sfidare Giordano al ballottaggio di domenica.
Accarino ha finito per interpretare il ruolo dell’agnello sacrificale. Il suo nome avrebbe dovuto servire a far dimenticare le ombre dell’era Servalli e, allo stesso tempo, a coprire le tensioni interne al PD. Sull’altare del sacrificio è però salito solo lui. Ha pagato per tutti.
A uscire politicamente con le ossa rotte, però, non è solo Accarino, ma l’intero centrosinistra — e più di tutti il PD. Paradossalmente, l’unico a uscirne vincitore a sinistra è Servalli, che ha assistito al crollo generale. Non era Sansone, e nemmeno i Filistei: è stato il dante causa della disfatta del centrosinistra a trazione PD. Ora potrà perfino dire che, dopo di lui, a sinistra è arrivato il diluvio.
Certo, anche Accarino ci ha messo del suo. Vero è che è stato messo nella condizione di partire in forte ritardo e a dover correre in salita. La sua corsa, infatti, è stata un po’ come la risalita dei salmoni. In campagna elettorale, tuttavia, è apparso spesso come un concorrente allo sbaraglio, alla maniera della storica Corrida di Corrado. La sua è stata una campagna fiacca, confusa, scoordinata: propaganda scadente e paesana, a tratti persino avvilente, costruita su slogan e luoghi comuni, con una comunicazione inadeguata e spesso controproducente. Peggio ancora, si è appiattito sull’Amministrazione uscente, finendo per sembrare l’erede diretto di Servalli. Un errore capitale, che ha pesato come un macigno.
Accarino, insomma, non è mai entrato davvero in partita. Un peccato: un professionista di valore e una persona perbene, gettato nella mischia con armi spuntate e — per così dire — con troppi renitenti alla leva, che lo hanno lasciato solo sin dall’inizio.
Degli altri, che dire? Eugenio Canora ha ottenuto una buona affermazione: il suo dieci per cento è un risultato pieno, cercato, previsto e conquistato.
E Armando Lamberti? Sul piano elettorale, una sconfitta pesante. Anche lui ha pagato il sostegno a Servalli, che ha tenuto in piedi fino all’ultimo nell’interesse della città, mentre la città lo ha poi bocciato. Politicamente, però, Lamberti ha scelto di perdere restando in piedi, con dignità, piuttosto che finire nel caravanserraglio del centrosinistra. Ha testimoniato con coerenza i valori di un mondo cattolico e moderato, ma ha pagato soprattutto la troppa vicinanza a Servalli: lo ha sostenuto, ma non è mai stato né premiato né valorizzato.
Ora ci aspettano altri quindici giorni di campagna elettorale. Peccato: poteva finire tutto ieri. Invece servirà ancora un po’ di pazienza per voltare davvero pagina rispetto all’era Servalli.







