Cava de’ Tirreni, le ragioni di una sconfitta
Un centrosinistra senza metodo, identità e confronto ha consegnato la città a logiche personalistiche. La sconfitta nasce da anni di solitudini politiche, mentre altri costruivano reti, presenza e consenso reale
La vera ragione della pesante sconfitta del locale centrosinistra è individuabile, a mio modesto avviso, nell’inesistenza dei partiti, nella mancanza di un metodo di confronto e di crescita politica.
Proviamo a tornare indietro, almeno di un paio di anni: se invece di continuare ad essere un insieme di individualità sparse, i vari Nunzio Senatore, Luca Narbone, Lorena Iuliano avessero tra loro concordato un trasparente patto di confronto e/o collaborazione, forse le cose sarebbero andate diversamente, non dico che la sinistra avrebbe vinto, questo no, ma almeno sarebbe probabilmente giunta al ballottaggio, imbarcando sulla nave, forse, anche Canora e i suoi sostenitori.
Di cosa parliamo? I big citati avrebbero dovuto promuovere una sana campagna di tesseramento per il PD, il loro partito, con conseguente congresso, finalizzato alla elaborazione e poi scelta di una linea politica, di un direttivo e di una segreteria autorevoli destinati, tra l’altro, a rendere conto ad iscritti e simpatizzanti, con riunioni almeno mensili, dell’operato dei rappresentanti in Consiglio Comunale e in Giunta. Ovviamente, assessori e consiglieri comunali (sindaco compreso) avrebbero fatto parte del direttivo, i primi a titolo consultivo, i secondi con diritto di voto.
All’approssimarsi delle elezioni, gli aspiranti a sindaco avrebbero dovuto stabilire un metodo unitario: libero confronto congressuale tra candidati (con proprio programma) e voto finale dei soli iscritti al partito, con iscrizione effettuata da almeno un anno (o due), per evitare una possibile gara tesa a “gonfiare” il numero dei vari “fedeli”.
Per lo stesso motivo, niente primarie o altre “americanate”. Colui o colei risultato/a vincente sarebbe stato candidato/a e gli altri, se disponibili, in giunta in caso di vittoria, accettando democraticamente e disciplinatamente la volontà degli iscritti. Il metodo non è ovviamente perfetto, ma avrebbe fatto emergere alleanze, contrasti e ambizioni alla luce del sole, senza ipocrisie e lotte intestine.
Gli altri partiti della coalizione progressista, di fatto quasi inesistenti, diciamocelo chiaramente, rappresentano un insieme sparso di individualità, senza nessuna intenzione di favorire collegialità e partecipazione, se non quando necessitano di un comitato elettorale atto a garantire la caccia alle preferenze.
In questo modo, come si è visto, non si vince e non si va da nessuna parte, nemmeno al ballottaggio.
Possiamo aggiungere, a tal proposito, che a modo suo è invece riuscito a costruire una sorta di partito, sia pure “personale”, Luigi Petrone.
Questa volta, infatti, non ha goduto della spinta della tonaca lasciata da poco, ma l’ottimo risultato è dovuto alla capacità di costruire una efficiente rete di simpatizzanti su tutto il territorio, unitamente alla capacità di essere concreto, di evidenziare e denunciare i problemi concreti della città, quelli che veramente interessano al comune cittadino della strada…







