Cava de’ Tirreni, una comunità non vive di poltrone
Amministrare non significa soltanto occupare una responsabilità o difendere una posizione. Significa provare a lasciare qualcosa che possa essere utile anche a chi verrà dopo di noi
Leggendo nei giorni scorsi gli articoli del nostro Direttore sulle vicende amministrative della nostra città, viene spontanea una riflessione che va oltre le polemiche tra chi ha amministrato e chi oggi si trova a governare.
Ognuno, naturalmente, racconta la propria ragione. Chi lascia ricorda ciò che è stato fatto e difende il proprio operato; chi arriva mette in evidenza ciò che non ha funzionato e le difficoltà che si trova ad affrontare.
È la politica.
Ma una città non può vivere eternamente cercando di stabilire chi abbia più ragione.
Forse dovremmo porci una domanda diversa: che idea di città abbiamo davanti?
In questi mesi, durante i miei piccoli viaggi alla ricerca di antichi sentieri, chiese, conventi, sorgenti e vecchi acquedotti, mi sono imbattuto continuamente in una cosa che mi ha colpito: chi ci ha preceduto, con tutti i limiti e gli errori del proprio tempo, aveva la necessità di collegare le cose.
L’acqua serviva alle persone, ai campi e alle attività.
I sentieri collegavano comunità.
Le chiese e i conventi erano anche luoghi di aggregazione.
Le montagne non erano semplicemente uno sfondo, ma una risorsa da conoscere e rispettare.
Oggi, invece, qualche volta sembra che abbiamo perso proprio quella capacità di guardare il territorio nel suo insieme.
Ci occupiamo del problema del momento, della polemica del giorno, della commissione, della delega, della maggioranza e dell’opposizione. Tutte questioni che hanno la loro importanza. Ma una comunità ha bisogno anche di qualcuno che sappia alzare lo sguardo.
Non servono necessariamente grandi proclami. Servirebbe forse una maggiore conoscenza del passato, un’attenzione concreta al presente e, soprattutto, qualche domanda sul domani. Perché amministrare non significa soltanto occupare una responsabilità o difendere una posizione. Significa provare a lasciare qualcosa che possa essere utile anche a chi verrà dopo di noi.
E qui forse sta il problema più grande: quando manca una visione, la politica rischia di ridursi alla gestione dell’esistente.
Non voglio dare lezioni a nessuno. Non ne ho né la preparazione né la presunzione.
Sono soltanto uno che cammina, osserva e qualche volta si domanda perché certe cose siano state costruite e perché altre, invece, siano state dimenticate.
Forse dovremmo tornare proprio a questo: conoscere meglio ciò che abbiamo ricevuto, prenderci cura di ciò che abbiamo oggi e provare almeno a immaginare ciò che vorremmo consegnare domani. Perché una città non appartiene a chi la amministra in questo momento.
Appartiene alla comunità.
E la comunità, prima o poi, presenta sempre il conto non delle parole pronunciate, ma di ciò che è stato fatto.
Pace e Bene.







