Cava de’ Tirreni, l’acqua che abbiamo dimenticato
Un viaggio tra sorgenti, antichi canali e la memoria di un territorio
Ci sono cose che abbiamo davanti agli occhi e che, proprio per questo, abbiamo smesso di vedere.
Una di queste è l’acqua.
Siamo abituati a considerarla qualcosa che arriva dal rubinetto. Ma basta inoltrarsi nei sentieri della nostra montagna per scoprire un’altra storia: quella delle sorgenti, dei canali, degli acquedotti e degli antichi percorsi dell’acqua.
È da qui che è nato il mio piccolo viaggio. Non da storico né da archeologo, ma da semplice cittadino curioso.
L’acqua aveva una direzione.
Nella zona della Badia, attraversando la Travettenara, si incontrano testimonianze di epoche diverse.
C’è la grotta dalla quale prende avvio il percorso dell’acquedotto medievale, ci sono antichi canali, manufatti e grandi archi. Più in basso, la sorgente del Vallone Oscuro è collegata all’antico acquedotto romano e, secondo quanto ho potuto osservare, ancora oggi alimenta il monastero.
Restano anche le tracce delle captazioni dell’acquedotto comunale, opere più recenti oggi in gran parte inutilizzate.
Non voglio ricostruire la storia di ogni singolo manufatto. Mi interessa piuttosto capire cosa rappresentasse l’acqua per chi viveva qui.
Dalla Badia a Cava, passando per Molina e verso Vietri, l’acqua era parte integrante della vita del territorio.
Serviva per bere, irrigare i campi, coltivare e, dove possibile, produrre energia.
Le acque delle sorgenti e del Selano contribuivano all’irrigazione delle campagne di Cava.
L’acqua era quindi agricoltura, lavoro, energia. Era vita.
E forse è proprio questo che abbiamo dimenticato.
Gli antichi invasi e i sistemi di canalizzazione raccontano una concezione dell’acqua diversa dalla nostra: una risorsa da raccogliere, incanalare e utilizzare nel modo più utile possibile.
Oggi abbiamo tecnologie e conoscenze molto più avanzate. Ausino indica tra i propri obiettivi la salvaguardia delle fonti, la riduzione degli sprechi e la tutela del patrimonio idrico.
Per questo, da semplice cittadino, mi pongo una domanda: se un tempo le acque delle sorgenti e del Selano contribuivano all’irrigazione dei nostri campi, perché oggi non dovremmo almeno studiare la possibilità di recuperare e utilizzare, dove tecnicamente possibile, una parte delle acque superficiali per l’agricoltura e per quegli usi che non richiedono acqua potabile?
Non ho la presunzione di avere la soluzione e non conosco gli eventuali ostacoli tecnici, ambientali e normativi.
Ma credo che, in un periodo nel quale l’acqua diventa una risorsa sempre più preziosa, questa domanda meriti di essere posta.
Forse non si tratta di tornare al passato, ma di recuperare una logica che il passato conosceva bene: non sprecare una risorsa e cercare di utilizzarla nel modo più utile possibile al territorio.
Prima di intervenire sulla montagna.
C’è poi una riflessione che mi accompagna lungo questi sentieri.
Quando una sorgente viene dimenticata o un antico canale scompare sotto la vegetazione, non perdiamo soltanto un manufatto.
Perdiamo conoscenza.
E penso anche alle grandi opere che tornano periodicamente nel dibattito pubblico, come il traforo Cava-Maiori.
Non mi permetto di dire se un’opera sia giusta o sbagliata.
Mi chiedo soltanto: prima di intervenire profondamente nella montagna, siamo davvero sicuri di conoscere tutte le vene d’acqua che la attraversano?
Perché l’acqua che vediamo è soltanto una parte di quella che esiste.
Il resto può essere sotto i nostri piedi, nelle fratture della roccia, nelle cavità, nelle sorgenti che alimentano da secoli il territorio.
Non è nostalgia.
Questo viaggio non nasce dalla nostalgia.
Nasce dalla curiosità per un mondo che forse abbiamo smesso di ascoltare.
Romani, monaci, contadini e comunità locali conoscevano il valore dell’acqua. Noi abbiamo strumenti molto più avanzati, ma forse dovremmo recuperare quella consapevolezza.
Non per tornare indietro.
Per andare avanti con una memoria in più.
Il viaggio continuerà.
E più avanti c’è un luogo nel quale molti di questi fili sembrano incontrarsi:
la Badia Benedettina.
Ma quella è un’altra storia.










Un articolo interessante, che parte dall’acqua per arrivare a qualcosa di più profondo: la memoria e la conoscenza del territorio. Ho apprezzato soprattutto l’equilibrio tra curiosità, osservazione e senso civico, senza indulgere nella nostalgia. La domanda finale sulla tutela delle risorse idriche e sulla conoscenza della montagna apre poi una riflessione importante. Un bel viaggio, che lascia la voglia di seguirne il seguito.