Cava de’ Tirreni, il futuro della città nelle mani del Pd (o quasi)

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foto Angelo Tortorella

Ieri sera un nostro redattore mi ha segnalato un post su un profilo Fb.

“Ci siamo sempre sentiti superiori, più nobili rispetto a quelli di Salerno (so pisciajuoli…) e quelli dell’Agro (hanno la “e” aperta) -si legge nel post- Noi abbiamo i portici… E basta! Da noi c’era un ospedale degno di questo nome, si facevano i concerti, c’era lavoro e benessere generale. Oggi invece siamo quelli dell’aperitivo. Intanto da quelli che abbiamo sempre discriminato ci andiamo a lavorare, ci andiamo a curare e a vaccinare, ci andiamo al tribunale, all’INPS e mi fermo qui. Ringrazio le città limitrofe. Noi paghiamo alte tasse (siamo cavesi…) e cosa ci offre questa città? L’aperitivo”.

Sono considerazioni che sottoscriviamo in pieno. Anzi, è da un pezzo, quasi una decina di anni, sin dal tempo dell’Amministrazione Galdi, che in più di un’occasione abbiamo segnalato il decadimento costante e progressivo della nostra città.

Certo, in questi ultimi anni c’è stata un’accelerazione con il sindaco Servalli. Il processo involutivo, però, lento ed inesorabile, è iniziato da almeno un paio di decenni, forse anche tre.

Il post in questione, per quello che abbiamo capito, è da attribuire molto probabilmente ad un profilo fake. Questo, però, non sminuisce affatto il suo contenuto. Anzi, descrive una realtà che è sotto gli occhi di tutti.

Lo si è visto in questa emergenza pandemica con la campagna vaccinale e con il lavoro dell’USCA. Gli ultimi della classe, in tutto, nonostante l’impegno ed i sacrifici messi in campo dai sanitari addetti alla somministrazione delle dosi vaccinali o ai prelievi dei tamponi. Così come dei tanti volontari che hanno prestato la loro preziosa collaborazione. Logistica penosa e totale disorganizzazione. Tant’è che per ovviare molti cavesi sono emigrati a Salerno, Nocera Inferiore, Pagani, Corbara o anche più lontano per avere la somministrazione del vaccino.

D’altra parte, lo si vede ogni giorno con l’ufficio postale centrale dove è un’impresa accedervi. Senza contare poi la difficoltà di utilizzare i postamat cittadini, il più delle volte fuori servizio o senza disponibilità di contanti. Cosa che costringe molti cavesi a recarsi a Vietri sul Mare o a Nocera Superiore per poter prelevare del contante.

Non parliamo poi dell’impiantistica sportiva, il cui utilizzo è diventato proibitivo per i costi imposti dal Comune, e che costringe, anche in questo caso, ad emigrare.

Lasciamo perdere il resto, anzi, per non intossicarci ancora di più… a cominciare dal nostro Ospedale.

La nostra città, purtroppo, appare sempre più in caduta libera. Ormai perdiamo punti non solo rispetto a Salerno, e ci sta, o alle realtà della Costiera Amalfitana, che devono fare poco per essere appetibili, ma persino rispetto ad alcune realtà dell’Agro nocerino-sarnese. Le due Nocera, tanto per essere più chiari, hanno negli ultimi decenni fatto tanti passi in avanti quanti la nostra città li ha mossi all’indietro.

Forse però è anche giunto il tempo di non piangerci più addosso e di smetterla con il solo esercizio della lamentazione. E di sicuro dobbiamo anche smetterla  di sbranarci per trovare i colpevoli, piuttosto facciamo un onesto mea culpa.

Certo, abbiamo avuto una classe dirigente, nel suo insieme, quindi non solo quella politica e non solo quella attuale, che ha fallito. Non ha visto l’emergere di una leadership autorevole e condivisa. Ha compiuto scelte sbagliate e soprattutto non ha saputo farsi valere a livello provinciale e regionale. E la lotta politica per quanto legittima è stata talmente dissennata da produrre sconquassi ben oltre l’immaginabile.

Insomma, come città non siamo stati capaci di esprimere politicamente fuori dalle mura cittadine niente di veramente rilevante ed incisivo negli ultimi venti anni.

Era quindi inevitabile il declino, anche se adesso stiamo addirittura sprofondando. Di questo dovremmo essere tutti consapevoli e da qui ripartire per costruire un futuro migliore. Dovremmo innanzi tutto rimboccarci le maniche con umiltà. Imparare che innanzi tutto alla nostra comunità dobbiamo dare prima di avere, ma anche che l’interesse particolare non ha la stessa dignità di quelli generali della comunità. Questo per esortare il meglio di questa nostra città a dire nuovamente la sua, ad esporsi pubblicamente piuttosto che con miopia curare egoisticamente ed in modo pressoché esclusivo il proprio orticello.

Immagino già le osservazioni se non le critiche a queste mie considerazioni. Belle parole. Retorica dei sentimenti. Teoria a buon mercato…

E’ probabile che sia davvero così. Ne sono più che consapevole. Tuttavia, il presente già ci fornisce delle occasioni per cominciare a voltare pagina.

Il destro lo offre proprio il gesto di rottura del sindaco Servalli rispetto al Pd. Non ne conosciamo i motivi più reconditi. E la cosa non ci interessa neanche più di tanto.

Resta il fatto che Servalli, per calcolo errato o meno, ha battuto finalmente un colpo, quasi una botta di vitalità nel grigiore più profondo in cui sono immersi il suo sindacato e la città.

Al centrosinistra, e al Pd in particolare, tocca ora la prossima mossa e far venir fuori la politica cittadina dalla palude in cui è affondata quasi del tutto.

In altre parole, il Pd non stia nel guado più del dovuto. Insomma, si decida circa il futuro di questa Amministrazione comunale: sfiduciare subito Servalli oppure accettare la sua sfida e puntare ad una svolta epocale di un’amministrazione giunta così com’è al capolinea.

In conclusione, il Pd o ha la forza di mandare nell’immediato a casa questa Amministrazione e ridare la parola agli elettori, oppure sostenga il sindaco Servalli a condizione di un profondo, radicale cambiamento tanto negli uomini quanto nell’azione amministrativa.

Partiamo da qui, da una situazione concreta, per cominciare a risalire la china. E piaccia o no, nell’attuale contingenza il futuro della città è nelle mani del Pd (o quasi).

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Giornalista, ha fondato e dirige dal 2014 il giornale Ulisse on line ed è l’ideatore e il curatore della Rassegna letteraria Premio Com&Te. Fondatore e direttore responsabile dal 1993 al 2000 del mensile cittadino di politica ed attualità Confronto e del mensile diocesano Fermento, è stato dal 1998 al 2000 addetto stampa e direttore dell’Ufficio Diocesano delle Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi Amalfi-Cava de’Tirreni, quindi fondatore e direttore responsabile dal 2007 al 2010 del mensile cittadino di approfondimento e riflessioni L’Opinione, mentre dal 2004 al 2010 è stato commentatore politico del quotidiano salernitano Cronache del Mezzogiorno. Dal 2001 al 2004 ha svolto la funzione di Capo del Servizio di Staff del Sindaco al Comune di Cava de’Tirreni, nel corso del 2003 è stato consigliere di amministrazione della Se.T.A. S.p.A. – Servizi Terrritoriali Ambientali, poi dall’ottobre 2003 al settembre 2006 presidente del Consiglio di Amministrazione del Conservatorio Statale di Musica Martucci di Salerno, dal 2004 al 2007 consigliere di amministrazione del CSTP - Azienda della Mobilità S.p.A., infine, dal 2010 al 2014 Capo Ufficio Stampa e Portavoce del Presidente della Provincia di Salerno. Ha fondato e presieduto dal 2006 al 2011 ed è attualmente membro del Direttivo dell’associazione indipendente di comunicazione, editoria e formazione Comunicazione & Territorio. E’ autore delle pubblicazioni Testimone di parte, edita nel 2006, Appunti sul Governo della Città, edita nel 2009, e insieme a Silvia Lamberti Maionese impazzita - Comunicazione pubblica ed istituzionale, istruzioni per l'uso, edita nel 2018, nonché curatore di Tornare Grandi (2011) e Salerno, la Provincia del buongoverno (2013), entrambe edite dall’Amministrazione Provinciale di Salerno.

1 commento

  1. Effettivamente il post fa una fotografia impietosa della nostra città. Il declino di Cava incominciò negli anni 80 quando non riuscimmo a cogliere i benefici del terremoto. Non capimmo che era quella la fase per rinnovare la città. INPS, INAIL , ospedale e tutte le attività produttive. Poiché eravamo figli di una nobile città, qualcuno decise che Cava doveva essere una città borghese. Nel giro di un ventennio tutte le medie attività industriali chiusero i battenti, ci rifugiammo nel commercio, purtroppo con l’avvento della globalizzazione i commercianti storici furono costretti a chiudere. Al loro posto aprirono negozi di Franchising. Il colpo decisivo fu la chiusura della manifattura e la lavorazione fu trasferita ad Arezzo, sicuramente più furbi di noi. Con la chiusura i contadini che producevano il tabacco non si rinnovarono per una richiesta di un tipo di foglia di tabacco più piccola come richiedeva il mercato. Si poteva approfittare dei fondi europei per riconvertire quei terreni in serre per la coltura dei fiori, vi fu pure una piccola iniziativa di un consigliere che non fu adeguatamente supportata. I posti statali e parastatali che negli anni 60 e 70 erano un motore di spesa per la città non furono rimpiazzati da nuove assunzioni. In 60 anni i cavesi hanno eletto a propria rappresentanza due cittadini cavesi al parlamento italiano. Oggi la maggiore attività e la macchina comunale. In definitiva non solo condivido quanto scritto nel post ma una grande parte di colpa non è solo dei politici, ma soprattutto di noi cavesi che continuiamo a pensare come i nobili decaduti che si vergognano di essere diventati poveri e fanno finta di essere ricchi.

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