scritto da Gennaro Pierri - 26 Maggio 2026 12:49

Pentecoste è finita. La città non se n’è nemmeno accorta

Il problema non è che molti ignorino cosa sia Pentecoste. Il problema è che non sentano più il bisogno di capire cosa valga la pena celebrare insieme

Domenica è finito il tempo di Pasqua. Ma nelle città italiane non è successo niente. Nessun cambio d’atmosfera. Nessuna percezione collettiva.

I bar pieni, i centri commerciali aperti, le stories del weekend, le partite, gli aperitivi. Pentecoste è passata come passa una notifica ignorata. E il punto non è che la gente non vada più in chiesa. Il punto è più radicale: abbiamo smesso perfino di accorgerci dei simboli che per secoli hanno dato un ritmo alla vita comune.

La Pentecoste, detta brutalmente, era il momento in cui un gruppo di persone impaurite trovava finalmente il coraggio di uscire allo scoperto. Non un rito intimista: un’esplosione pubblica. Gente che smetteva di nascondersi e ricominciava a parlare agli altri senza paura di essere fraintesa. Fa impressione quanto questa immagine sia contemporanea.

Viviamo immersi nella comunicazione e terrorizzati dall’esposizione vera. Sappiamo commentare tutto, ma sempre da dietro uno schermo, una battuta, un filtro ironico. La nostra epoca produce continuamente opinioni e contemporaneamente distrugge il linguaggio autentico. Basta guardare una tavolata di ragazzi: tutti presenti, quasi nessuno davvero coinvolto. Appena il discorso si fa serio, arriva la fuga nell’ironia. E forse è per questo che Pentecoste oggi ci è diventata incomprensibile. Perché è una festa per gente che prende parola davvero. Non per spettatori. La modernità ha conservato il Natale perché è rassicurante, consumabile, emotivo. Ha tenuto perfino Halloween, importandolo senza problemi. Ma Pentecoste no. Troppo scomoda. Perché parla di trasformazione interiore, e noi accettiamo quasi tutto tranne l’idea di dover cambiare davvero.

Una città ormai laica dovrebbe interrogarsi su questo senza complessi religiosi. Perché quando una società dimentica completamente i propri simboli comuni non diventa automaticamente più evoluta. Diventa spesso più smemorata. E una società senza memoria è  facilissima da manipolare: reagisce solo agli stimoli immediati, vive nel presente permanente, perde profondità.

Il problema non è che molti ignorino cosa sia Pentecoste. Il problema è che non sentano più il bisogno di capire cosa valga la pena celebrare insieme.

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.