scritto da Gennaro Pierri - 11 Luglio 2026 10:30

La dolcezza implacabile delle cose necessarie

Le cose necessarie non hanno fretta. Sono come l'acqua. Non sfondano la montagna. La attraversano con una pazienza che la roccia non possiede

C’è una scena che qualche volta mi torna in mente: un contadino potava un ulivo. Io, ragazzo, guardavo quei rami cadere a terra e pensavo che stesse rovinando un albero bellissimo. Lui se ne accorse. Mi sorrise appena e disse una frase che allora non capii: «L’albero non soffre quando perde quello che non gli serve. Soffre quando nessuno ha il coraggio di tagliarlo».

Ci ho messo una vita per comprendere che non stava parlando dell’ulivo. Da anni ci raccontiamo una favola moderna: una buona vita è una vita senza attriti. Tutto deve essere veloce, semplice, personalizzato. Se qualcosa oppone resistenza, la tecnologia promette di eliminarla. Se richiede pazienza, nasce un servizio. Se comporta fatica, arriva qualcuno disposto a farla al posto nostro. È una rivoluzione straordinaria. E, nello stesso tempo, una trappola silenziosa. Perché, poco alla volta, abbiamo smesso di distinguere gli ostacoli dagli insegnanti.

Ci sono attriti inutili. È giusto eliminarli. Nessuno prova nostalgia per le file agli sportelli o per le lampadine che si fulminavano ogni mese. Ma esistono attriti che sono il prezzo della realtà. Non puoi amare senza esporti alla delusione. Non puoi educare un figlio senza rinunciare a una parte di te. Non puoi perdonare senza lasciare morire l’orgoglio. Non puoi diventare adulto continuando a pretendere che il mondo si comporti come avevi immaginato a vent’anni. Eppure passiamo il tempo a fare una cosa curiosa: spariamo al postino. Ci arrabbiamo con il tempo che lascia rughe sul viso, con la realtà che non firma il contratto che avevamo scritto nella nostra testa. Come se bastasse negare una stagione per impedire all’autunno di arrivare.

La verità è molto meno romantica. Le cose necessarie non hanno fretta. Sono come l’acqua. Non sfondano la montagna. La attraversano con una pazienza che la roccia non possiede. Noi, invece, viviamo come se tutto dovesse accadere subito. Perfino il dolore deve essere rapido. Guai a lasciargli il tempo di insegnare qualcosa. Lo copriamo con rumore, notifiche, impegni, parole. Abbiamo paura del silenzio perché il silenzio è l’unico posto dove la realtà riesce ancora a parlarci senza essere interrotta. Forse la maturità non consiste nell’avere più forza. Consiste nello smettere di opporre resistenza a ciò che, lentamente, ci sta già trasformando. Ripenso spesso a quell’ulivo. Ogni anno perdeva qualcosa. Ogni anno sembrava più povero. Ogni anno diventava più forte. Forse anche la nostra vita assomiglia molto più a un ulivo che a una vetrina.

E allora la domanda non è quante cose riusciremo ad aggiungere prima della fine. La domanda è un’altra. Che cosa continuiamo a difendere con tutte le nostre forze, mentre la vita, con l’ostinazione paziente del contadino, prova da anni a potarlo perché possa finalmente dare frutto?

 

Ha conseguito la licenza in teologia spirituale e in teologia morale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. E’ stato recensionista per la rivista Il Cooperatore Paolino, docente di teologia spirituale presso l’Istituto Diocesano di Scienze Religiose dell’Arcidiocesi di Amalfi-Cava de’ Tirreni, direttore editoriale del mensile diocesano Fermento, bioeticista nel Comitato Etico dell’ASL Salerno. E’ cultore di materie filosofiche e teologiche, docente di I.R.C. in alcune Scuole Superiori di Cava de’ Tirreni e Presidente del sodalizio Cavalieri della Bolla Pontificia.

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